BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Libertà di educazione, Quaderno 35

Il lavoro e la scuola: un confronto a partire dall’istruzione tecnico-professionale/2

TAVOLA ROTONDA, secondo intervento. DIEGO SEMPIO: interesse e metodo del lavoro ovvero come vincere la diffusa disaffezione, la dispersione scolastica e vivere la formazione professionale

Venere di Botticelli. ParticolareVenere di Botticelli. Particolare

Convegni Piacentini primavera 2013 "Il Lavoro si Impara a Scuola". Tavola rotonda. Secondo intervento

 

La prima questione che sottolineo è che si torna a parlare di scuola-lavoro perché noi vediamo essenzialmente due grossi bisogni (tra l' altro si lavora quando si ha bisogno…e non solo di soldi): il primo si evidenzia da questa disaffezione alla scuola, disaffezione che porta alla dispersione scolastica soprattutto nei percorsi, paradossalmente, che apparentemente sono più vicini al lavoro; parliamo degli istituti tecnici. Qui i numeri sono impressionanti perché secondo le statistiche siamo sul 30 % di dispersione nel biennio dell'istituto tecnico (questo pone anche un problema evidentemente di orientamento). Gli istituti tecnici arrivano normalmente in quarta e quinta con classi di quindici persone, quando sono partiti con classi di venticinque/trenta; non è detto che l'allievo bocciato sia proprio fuoriuscito dal circuito scolastico, però c'è stato sicuramente un problema.

L'altro bisogno macroscopico è quello del mondo produttivo che continuamente richiede persone formate in un certo modo e non le trova facilmente; parlo di tecnici specializzati e di personalità anche altamente formate e con retribuzioni sicuramente interessanti (i ragazzi spesso hanno questo come miraggio).

Come il lavoro può aiutare nell’apprendimento?

L'imprenditore non vorrebbe più accettare che gli arrivino persone già formate in un certo modo; qui fondamentale è la questione dell'agire, del fare del soggetto. La scuola normalmente vede un soggetto, che è l'insegnante, che dà qualcosa e chiede all’alunno un ritorno…

Nel lavoro non è proprio così: il soggetto non è solo il committente, ma è anzi chi svolge il lavoro, l'allievo tante volte per la scuola è una persona che ha come lavoro, come mestiere, quello di studiare, di approfondire e di rimodulare ciò che il docente gli ha dato; invece, come accade nel mondo del lavoro non si può pensare anche di mettere in azione l'allievo nel formulare, nel concorrere alla lezione, nel concorrere alla produzione del materiale?

Si è parlato anche  del “fare bene il proprio lavoro”: quand'è che si fa bene il proprio lavoro? Uso una parola che non entra mai molto nel lessico delle scuole e fa un po' paura, però quando c'è un “committente”, quando cioè so cosa sto facendo e che lo sto facendo per qualcuno, cambia tutto.

Anche il più abile artigiano, se non avesse in mente che ciò che sta facendo è perché lo deve vendere, alla fine farebbe meno bene quel lavoro lì o meglio, lo farebbe secondo una propria autoreferenzialità che nel tempo poi potrebbe non dover rispondere mai più a nessuno.

Quindi un prodotto che abbia poi un esito il più possibile “pubblico”, cioè non autoreferenziale, è la cosa migliore per un ragazzo: non c’è niente di meglio che far agire un ragazzo, che fargli fare qualcosa e poi chiedergli di mostrare questa cosa non solo al docente che l'ha chiesta, ma anche ad altri, che siano i genitori, che sia un'altra classe, che sia un momento pubblico, perché in quel caso è come costretto dentro la realizzazione, dentro il processo di quello che sta facendo, a tenere conto dello scopo e lo scopo è sempre un dare a qualcun altro. Ed è nel dare a qualcun altro che io, paradossalmente, mi realizzo.

In questo senso lo scopo è fondamentale, ma lo scopo nel lavoro è sempre un po' “carnale”, nel lavoro si fa fatica a idealizzare troppo lo scopo: se io vendo scarpe devo fare delle scarpe belle e comode: se le faccio belle e comode ho qualche possibilità, se le faccio solo belle le comprano, ma poi non le usano… e quindi dopo un po' non le si compra più; se le faccio solo comode va bene, ma se fossero belle venderei di più.  Lo scopo nel lavoro è scoperto dentro il processo.