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Libertà di educazione, Quaderno 35

Il lavoro e la scuola: un confronto a partire dall’istruzione tecnico-professionale/3

TAVOLA ROTONDA, terzo intervento. MATTEO FOPPA PEDRETTI: il punto focale è la questione dell'interesse e dell'utilità. Perché la scuola e il lavoro devono cercarsi, devono trovarsi? 

Foto GaldusFoto Galdus

Convegni Piacentini primavera 2013 "Il Lavoro si Impara a Scuola". Tavola rotonda. Terzo intervento

 

Parto dalla questione  dell'utilità volendo evitare però il rischio del “corto circuito immediato”: la scuola ha una sua utilità perché così il ragazzo impara un lavoro, ma non è questa la questione, o meglio, l'utilità non va intesa immediatamente in quel termine, non va collocata alla fine di un percorso, perché l'utilità di cui parlava Diego Sempio è l'utilità che si riscontra poi in tutte le esperienze in cui la scuola e il mondo del lavoro riescono a parlarsi bene: è innanzitutto un'utilità nel momento. Lui ha usato un'espressione molto pregnante: lo scopo del lavoro è dentro il processo.

Lo scopo del lavoro è dentro il processo, non è fuori, non è un altrove, non è un miraggio, e quello che sto facendo si compie con il suo scopo.

Il lavoro si compirà nel suo scopo, si compirà perchè tirerò in piedi la mostra, perché venderò quella cosa lì, perché consegnerò il progetto, perché consegnerò il manufatto eccetera eccetera: lo scopo è dentro il processo, non è fuori.

Questo è il primo livello dell'utilità che i nostri ragazzi percepiscono. Non è un’utilità su di sé nel futuro, ma un’utilità della cosa che sto facendo, cioè del senso della cosa che sto facendo, che non è dato da qualcosa che sta fuori, ma si spiega da sé, ha un senso che si spiega da sé: questo provoca l'interesse perché a questo punto, nel dare il senso alla cosa sto facendo, c’è quello che porto io, quello che sono io a prescindere dalla scuola.

Mi colpiva molto prima quando Paolo faceva la ricostruzione storica partendo dalle provocazioni della Cresson, il tema della scuola come non più unico luogo di apprendimento: ma la scuola non è mai stato l'unico luogo di apprendimento, anzi, la scuola quando funzionava, funzionava proprio perché non era l'unico luogo di apprendimento, perché i ragazzi che andavano al Liceo avevano un luogo di apprendimento che era la famiglia borghese colta; i ragazzi che facevano le scuole commerciali (di cui si festeggia il cinquantesimo anno dall'abolizione) avevano un luogo di apprendimento che era la famiglia dove la gente faceva un mestiere, un mestiere artigiano, un mestiere operaio; la strada era un luogo di apprendimento, i luoghi di apprendimento ci son sempre stati.

Il problema è che noi viviamo questa strana tensione per cui davvero vogliamo che la scuola sia unica. Cioè il problema non è che la scuola è purtroppo diventata l'unico luogo di apprendimento: è che la scuola vuole essere l'unico luogo di apprendimento.

Quando sbagliamo a fare la scuola è perché vogliamo che sia l'unico luogo di apprendimento. Allora l’utilità del lavoro in questo senso è che il lavoro, il mondo del lavoro, la collaborazione, le varie forme di collaborazione, possono essere la situazione per cui la scuola non è l'unico luogo di apprendimento.

Se io vivo, lavoro in una scuola, in un istituto tecnico o professionale, dove per forza faccio i conti con il mondo del lavoro (poco o tanto: poco perché mando i miei ragazzi a fare una gita in un'azienda che lavora nel settore, tanto perché faccio l'alternanza scuola-lavoro, lo stage eccetera eccetera) io porto dentro di me un altro soggetto, un altro con cui fare i conti e quindi automaticamente non sono più, io scuola, l'unico luogo dell'apprendimento, riconosco che c'è un altro, buono o cattivo che sia (non è detto che sia il più fantastico degli imprenditori), ma riconosco che dentro al mio percorso ce n'è un altro, c'è un altro soggetto che dice la sua.

Questo a mio parere, e l'ho visto accadere, è il primo passo affinché la scuola cominci a funzionare. Perché si ri-orienta tutto quanto.

Questo è il perché scuola e lavoro si devono parlare.