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Libertà di educazione, Quaderno 35

La trasformazione del concetto di lavoro ad opera del cristianesimo

La trasformazione del concetto di lavoro dall’antichità classica al mondo medievale. Il contributo della scuola dei Padri della Chiesa, di GIAN BATTISTA BOLIS

S. Antonio AbateS. Antonio Abate

Il mondo pagano dei secoli immediatamente precedenti il cristianesimo, concepiva in modo sostanzialmente negativo il lavoro manuale. Cosa  è accaduto con l’avvento del  cristianesimo per passare da idea di lavoro come attività degli schiavi ad un impegno di uomini liberi? Per opera di chi? E come?

Due parole troviamo all’origine della tesi che cercheró di dimostrare: si tratta dei vocaboli latini TRIPALIUM e LABOR con le loro modificazioni grafiche e semantiche.

La maggior parte degli specialisti della fine dell’etá antica e degli inizi del Medio Evo concorda nell’affermare che le parole neolatine trabajo (spagnolo), travail (francese), travaglio (italiano), trabahlo (portoghese) hanno la loro radice in una stessa parola latina: tripalium, la cui origine etimologica piú probabile é di tre pali. Si tratterebbe di tre pali fissi nel terreno (a formare una piccola piramide) dove veniva legato lo schiavo che si castigava con frustate, come conseguenza di alcuni errori nel lavoro o per semplice capriccio del guardiano o signore. Un’altra interpretazione, meno frequente e accreditata,  traduce tripalium con tre palline: si tratterebbe delle palline di piombo con cui finiva la frusta. In ogni caso si tratta di uno strumento legato al castigo fisico e alla tortura. Una  chiara traccia di questa idea di sofferenza la troviamo ancora nella parola italiana travaglio che - a differenza delle altre lingue neolatine citate in cui la parola tripalium viene tradotta con termini che significano lavoro - indica esplicitamente sofferenza, dolore (si usa infatti, ad esempio, per indicare i dolori del parto).

La stessa cosa si può affermare rispetto alla parola latina labor. Tutti gli studenti di liceo imparano, fin dalle prime traduzioni dal latino, che se trovano il sostantivo labor lo devono tradurre con fatica o sforzo. Lo spagnolo conserva meglio l’idea originale di sforzo (inoltre la grafia della parola é identica, con solo una differenza di accento tonico: dal lábor latino  a labór spagnolo). A sua volta nel  francese la radice é rimasta, soprattutto nel verbo labourer (che possiamo tradurre con arare), mentre  in italiano si é cristallizzata nel sostantivo lavoro. Infine, in spagnolo, come in francese, vi é il verbo labrar, che indica l’aratura dei campi, mantenendo così il nesso con l’idea di un lavoro faticoso. Queste semplici note etimologiche dovrebbero essere sufficienti per mostrare come le parole che indicano il lavoro hanno nella loro origine latina un significato negativo, molto diverso da quello che assumono nelle lingue neolatine. Ritengo, però, che, affinché la mia tesi risulti più chiara, possa essere utile fissare un momento la nostra attenzione su un’altra parola latina il cui significato è radicalmente cambiato nel passaggio alle lingue moderne: si tratta del vocabolo OTIUM.

Negli autori del latino classico, la parola otium, accompagnata per esempio dal genitivo litterarum, indica prevalentemente ciò che noi chiameremmo lettura o studio. In generale penso che potremmo attribuire alla parola otium il significato di “tempo libero da occupazioni pubbliche o economiche e perciò dedicato alla cura dei propri interessi culturali o allo svago”. Risulta subito evidente la differenza di senso rispetto al temine italiano ozio, che é quello che etimologicamente deriva da otium latino.

Non é evidentemente questo il luogo per fare un discorso approfondito sul concetto di lavoro nel mondo ellenistico, però mi sembra indiscutibile il fatto che il mondo pagano dei secoli immediatamente precedenti il cristianesimo, concepiva in modo sostanzialmente negativo il lavoro manuale e lo sforzo fisico legato ad attività più umili. Per documentare questa affermazione credo possa essere sufficiente citare il famoso passaggio del De Officiis di Cicerone, da molti considerato un “umanista” della sua epoca. Egli, parlando del lavoro dell’artigiano e in generale del lavoro manuale, scrive: “Opifices omnes in sordida arte versantur, nec enim quidam ingenuum potest habere officina”, che potremmo tradurre “tutti  gli artigiani o lavoratori manuali svolgono attività degne di disprezzo perché in una officina non vi é nulla di nobile”1. Per brevità farei notare solo la contrapposizione degli aggettivi sordidus e ingenuus che potremmo anche tradurre, per rendere più chiara l’idea, con sozzo e onesto. Allo stesso modo, mi sembra si possa affermare con certezza che sul finire del Medioevo possiamo trovare che le parole relative al lavoro conservano il significato di fatica, stanchezza, sforzo, ma hanno perso il significato moralmente negativo tipico degli ultimi secoli dell’era pagana. La ragion d’essere del presente articolo é propriamente quella di  cercare di documentare la trasformazione del concetto di lavoro dall’antichità classica al mondo medievale operata grazie all’influsso del cristianesimo. Per quanto riguarda il cristianesimo limiterò il campo d’indagine soprattutto agli scritti e alle esperienze monastiche a partire dal secolo III d.C.

Le origini del nuovo significato del lavoro.

A partire dalle più antiche Costituzioni Apostoliche2, fino a raggiungere quelle di San Domenico o San Bruno,  due sono, soprattutto, i riferimenti biblici che ritornano con maggiore frequenza per fondare la necessità e la dignità del lavoro manuale: innanzitutto il riferimento agli anni della vita di Gesù dedicati al lavoro di falegname nell’officina di San Giuseppe3, poi l’esempio degli apostoli ed in particolare di San Paolo4. A questi  antecedenti scritturistici si potrebbe aggiungere una terza fonte: l’intera tradizione del popolo ebreo e l’Antico Testamento che fin dal libro del Genesi fa riferimento alla necessità del lavoro per dominare la terra5. Va solo fatto notare che alcuni studiosi hanno osservato che la mentalità ebrea veterotestamentaria propone una marcata differenza tra l’agricoltura (vista prevalentemente in modo negativo, quasi una condanna) e la pastorizia (vista più positivamente).  In secondo luogo non si deve dimenticare che é attraverso il Nuovo Testamento che il popolo cristiano dei primi secoli recupererà tutta la tradizione del popolo ebreo.