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Libertà di educazione, Quaderno 35

EDITORIALE/ Scuola e lavoro: quale rapporto?

Quattro punti di vista sul rapporto scuola lavoro: quale il più fecondo a livello culturale ed educativo? Come e perché? Lo spiega ROSARIO MAZZEO

Bud Spencer e Terence Hill Bud Spencer e Terence Hill

Molteplici i punti di vista sul rapporto scuola e lavoro. Ne consideriamo quattro sperando di dare il la ad un impegno corale di racconto, riflessione, ricerca perché l’una e l’altro non restino separati in quella casa, che è la formazione, e non solo delle nuove generazioni.

Il primo ci presenta la scuola come “indiscutibile propedeutica” al mondo del lavoro. Semplice è la logica: “prima, ci si prepara, poi si esercita il lavoro appreso, magari per l'intera vita”. Si tratta di una visione con due netti fotogrammi: a) si studia oggi, b) per lavorare domani. Il cosa, il come e il dove studiare sono in questa angolazione funzionali al tipo di mestiere o professione che si spera svolgere nel futuro. In questo modo il lavoro si prospetta nell’esperienza quotidiana della maggior parte degli studenti come un oggetto utopico che rimpalla sempre oltre e fuori se stessi.

La seconda angolazione, contigua e contestuale alla prima, riguarda un certo discorso, più o meno letterario, formato antologia, sullo sfruttamento brutale dei minori e delle donne nelle fabbriche e nelle miniere. L’enfasi con cui veniva impartito alle giovani menti tale discorso, a volte in modo spudorato, ha prodotto, tra l’altro, una sorta di rimozione del lavoro, soprattutto manuale, dal percorso formativo scolastico.

Oggi molte cose sono cambiate, ma la scuola sembra procedere imperterrita. Eppure non gode né di buona salute, né di una buona fama: non possiede, di fatto, nonostante le sue pretese, il monopolio dell’istruzione e della formazione. Non per nulla, da una decina di anni, si parla di ambienti di apprendimento formali, non formali e informali. Formali sono i luoghi istituzionalmente costituiti in funzione dell’apprendimento insegnato scolastico, come gli istituti e la scuola nei diversi ordini e gradi. In essi l’istruzione e la formazione si concludono formalmente con l’acquisizione di un diploma o di una qualifica riconosciuta. Non formali, invece, sono gli spazi che comprendono attività educative organizzate da agenzie non scolastiche. Informali sono situazioni, non legate a tempi o luoghi specifici, vissute in famiglia, nei gruppi dei pari, nello sport, nel mondo dell’arte, dello spettacolo e dei mass-media...Favoriscono l’acquisizione di valori, attitudini, abilità e conoscenze, anche in modo inconsapevole o non intenzionale, fuori dai sistemi educativi formali.

Quali di questi ambienti umani incidano maggiormente sulla persona è oggetto di ricerca e di interpretazioni diverse, di cui, però, per il momento non ci occupiamo. Ci interessa qui evidenziare due aspetti, attinenti alle prime due angolazioni sul rapporto scuola- lavoro, così come sono emersi nel Convegno “Il lavoro s’impara a scuola”, svoltosi in primavera a Piacenza. Il primo, paradossale, è il seguente: la scuola prosegue come se non fosse accaduto nessun mutamento e, quindi, si comporta come se fosse l’unico, garantito e qualificato centro di apprendimento. Continua così a perpetrare un pensiero dualista fatto di "obblighi" a stare sui banchi e di opportunità lavorative (percorsi professionali, apprendistati) destinate a chi non riesce a percorrere tra libri e voti la via aurea degli apprendimenti scolastici formali.