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Formazione professionale e apprendistato. Il festival delle opportunità buttate al macero

SOS scuola – mondo del lavoro. I dati della criticità del loro rapporto, le istanze per il suo superamento e i pronunciamenti del ministro Carrozza al Meeting di Rimini. Di MAURO ZUCCARI

Il ministro Maria Chiara Carrozza- foto Ilsussidiario.net Il ministro Maria Chiara Carrozza- foto Ilsussidiario.net

Quasi un giovane su due è disoccupato mentre 65 mila posti di lavoro restano scoperti; un paradosso tutto italiano. Apprendistato e formazione professionale sarebbero la risposta, ma sono ancora visti come il “parcheggio per zucconi e fannulloni”.


Scuola e mondo del lavoro in Italia sembrano comportarsi come due rette parallele, senza punti in comune. Le criticità nel loro rapporto si riassumono in pochi dati.

1) La disoccupazione giovanile, che nel 2007 si attestava su un già preoccupante 20%, nel primo semestre 2013 ha raggiunto il 39,1% (vedere i dati Istat oppure gli articoli pubblicati da TM News, da IBTimes Italia, oppure l’employment outlook 2012 dell’Ocse

2) Contemporaneamente, secondo una ricerca svolta da Unioncamere, circa 65.000 posti di lavoro attualmente disponibili non vengono coperti perché le imprese non trovano le figure professionali adatte; erano oltre 100 mila nel 2011, poi la crisi ha smorzato anche la domanda di forza lavoro.

3) L’abbandono scolastico, attualmente, si aggira sul 18% (si possono ricercare dati sul sito del M.I.U.R.)

4) I cosiddetti “NEET”, i giovani che non studiano né lavorano, né cercano attivamente un lavoro, sono il 37% nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 19 anni (vedere i dati CNEL). Il piatto indigesto del disorientamento giovanile in Italia è così servito. Da decenni si ripete il ritornello: la scuola non dà una preparazione adeguata alle esigenze del mondo del lavoro, dal quale vive troppo distaccata. Da anni risuonano le critiche all’eccessiva licealizzazione della secondaria superiore, che penalizza l’istruzione tecnica e professionale e, soprattutto, emargina la formazione professionale e l’apprendistato formativo. Quando, però, emerge qualche timido tentativo di cambiare rotta si alza puntuale la tempesta delle contestazioni alla presunta “svendita della scuola pubblica al capitale privato” o al presunto “ritorno alla scuola di serie A per i figli di dottori e avvocati e scuola di serie B per i figli degli operai”; intanto, la formazione professionale nell’immaginario comune continua ad essere vista come un ripiego per studenti svogliati o poco dotati. 

Scriveva Giuseppe Bertagna su ilSussidiario.net del 14 giugno scorso che “È dal 2003 (leggi Biagi e Moratti) che quest’ipotesi formativa (l’apprendistato formativo, n.d.r.) è sul campo (…) come leva strategica per: a) combattere la dispersione scolastica; b) valorizzare l’intelligenza delle mani; (…) f) far comprendere agli imprenditori che è loro stesso interesse investire su ciò che in economia si chiama capitale umano (…)”. Ma: “È dal 2003 (…) che questa ipotesi (…) è, nel nostro Paese, a volta a volta osteggiata. attenuata, sospettata di nascondere inconfessabili nefandezze, ritenuta velleitaria. filistea, inaffidabile, dimostrazione della «privatizzazione» di risorse pubbliche, impraticabile".

In quell’articolo Bertagna, coordinatore a suo tempo del gruppo di lavoro che preparò la riforma Moratti, accusa anche l’attuale Ministro Carrozza di non occuparsi dei problemi dell’apprendistato formativo, né di quelli, analoghi, dell’istruzione e formazione professionale delle Regioni. Introdotta dalla riforma della Costituzione del 2001 e istituita con la legge Moratti del 2003, doveva essere “Un sistema – dice ancora Bertagna - che avrebbe dovuto aborrire come massimo pericolo (…) ogni contaminazione con il tradizionale modello scolasticistico (…) centrarsi sulla sistematica alternanza formativa tra scuola e lavoro (…) non ragionare più per ore, discipline e docenti separati, ma per unità di apprendimento, per compiti unitari in situazione, per capolavori professionali, per competenze, per tutor o mastri (…) doveva essere articolato (…) in un ordinamento che rendesse possibile, (…) la qualifica professionale a 17 anni, il diploma professionale a 18, i diplomi professionali superiori a 19, 20 o anche 21 anni. E che avrebbe dovuto integrarsi in maniera sistematica e qualitativa con il sistema dell’apprendistato formativo e con il tessuto economico - sociale dei territori”. Invece “la politica ha scelto il contrario: “scolasticizzare” quanto più possibile anche questo sistema, inserirlo nell’istruzione professionale statale(…), diluirlo in essa.” 


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