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Lavoro&studio: soci in apprendimento

La dinamica dello studio è la stessa del lavoro considerato nella dimensione oggettiva e soggettiva. Come e perché è possibile farne esperienza. Di ROSARIO MAZZEO

Luca Della Robbia, Luca Della Robbia, "Platone e Aristotele", formella del Campanile di Giotto – Museo dell’Opera del Duomo di Firenze

La scuola è luogo e tempo dove bambini, ragazzi, giovani passano giorni ed anni. Suo compito è educare istruendo, cioè accompagnare nell’avventura della conoscenza della realtà attraverso l’insegnamento – apprendimento delle materie (primo ciclo) e delle discipline (secondo ciclo di istruzione). Quanto e come, in questo suo servizio, contribuisce all’educazione al lavoro? È sufficiente che “faccia” studiare? Lo studio è lavoro o semplicemente prepara al mondo del lavoro? Proviamo a dare una prima risposta riflettendo sulla natura e la dinamica dello studio come applicazione all'apprendimento significativo, critico e sempre più autonomo, dentro e fuori la scuola.

L’etimologia ci ricorda che il sostantivo “applicazione” è un deverbale del termine “piegarsi” (ad-plicare) verso (ad) un qualcosa. Concetto questo presente anche nell’etimologia della parola “impiego” ( in – piego). Possiamo allora dire che lavorare è “piegarsi” verso un qualcosa per procacciare a sé e agli altri un beneficio? Sì. Anche studiare è piegarsi verso un oggetto culturale in modo da afferrarlo ( ad-prehendere), tenerlo con sé (cum-prehendere), farlo diventare parte di sé ( im-parare, cioè “preparare in sé”), farne esperienza e conoscerne il nesso con la realtà tutta.

Provo a darne le ragioni ed illustrarne le modalità soffermandomi brevemente su quelle, che in questi ultimi anni, con altri amici, chiamo le sei P dello studio : proposta, progetto, percorso, processi, prodotto, promozione.

 

A scuola non c’è studio senza proposta

Lo studio, di cui intendiamo parlare, non è l’attività dello studioso, (intellettuale, ricercatore, scienziato…), ma quello degli alunni di ogni ordine e grado della scuola. Lo studioso è un professionista: un adulto appassionato ed impegnato nella ricerca della verità, della bellezza, della bontà delle cose nei diversi campi del sapere, della scienza e dell’arte. Gli alunni sono bambini, ragazzi, giovani che vanno a scuola, più o meno volentieri, dove sono accompagnati e guidati in attività di apprendimento. Per essi lo studio ha piuttosto la fisionomia di una proposta ( più o meno pressante, piacevole o noiosa …) di un apprendimento (più o meno forzato, obbligato), valorizzata oppure ostacolata da altri ambienti e situazioni in cui essi vivono (famiglia, sport, tempo libero, mass-media …) .

Ci sono tuttavia docenti che si comportano come se lo studio fosse connaturale alla persona dell’alunno, quasi elemento strutturale dell’umano, un imperativo (“Dovete studiare”) intrinseco all’essere uomo (Mazzeo 2005). Ci sono genitori che identificano lo studio come sorte (fatale, benigna o malefica) dell’essere piccoli e dello stare ragazzi e giovani in una società in cui non possono che andare a scuola. Gli uni e gli altri, chi più chi meno, forse confondono tra apprendimento spontaneo ed apprendimento insegnato, tra il desiderio di conoscere e la conoscenza, tra la curiosità e la studiosità.

Il contenuto della proposta è apparentemente semplice: applicarsi all’apprendimento degli argomenti che vengono spiegati, esercitarsi nell’acquisizione di certe abilità, dedicare tempo adeguato alle singole materie, svolgere dei compiti che poi verranno corretti e valutati. Se, però, esaminiamo a fondo la questione, ci accorgiamo che il contenuto della proposta riguarda anche il metodo, lo scopo, le forme, lo stile, le capacità di ognuno, la triangolazione (docente-alunno- materia), il rapporto con la famiglia e le regole che governano tutti questi elementi.

Allora lo studio è una specie di lavoro commissionato? Non saprei. È indubbio, però, che lo studente medio (e ancor di più uno scolaro), da solo, molto probabilmente, non si impegnerebbe mai all'apprendimento di una disciplina scolastica; se sceglie di applicarsi, in genere, è perché avverte una proposta che "conta, paga, vale" anche per lui fino al punto di assu­mersi il rischio di ren­derla vera per sé (ve­rificare). Per “valere” la proposta dello studio deve essere autorevole, esigente e comprensiva, capace di fare appello seriamente alla libertà dell’altro, di toccare il desi­derio e le esigenze dello studente, di mobilitare l’affettività e risvegliare la consapevolezza del "potere, volere, dovere" svolgere un compito conveniente. 


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