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Libertà di educazione, Quaderno 35

Intervista a Giuseppe Bertagna/ Cominciare a connetterli

È giunto il momento di connettere studio, scuola, lavoro rompendo il pregiudizio secondo cui lavora chi non studia e studia solo chi non lavora. Da dove cominciare? a cura di SANDRA RONCHI

Studenti in fattoria - Foto Frank BaronStudenti in fattoria - Foto Frank Baron

«Troppe volte, per non dire quasi sempre, la scuola, al posto di adoperare le discipline di studio e la cultura come cespiti preziosi (mezzi) per la formazione integrale della persona (fine), fa il contrario: mette le persone (fine) al servizio delle discipline e della cultura previste nei programmi di insegnamento (mezzo)». Così scrive il prof. Giuseppe Bertagna in uno dei suoi ultimi volumi: “Fare Laboratorio” (Ed. La Scuola) analizzando il rapporto tra scuola e lavoro, tra formazione ed impresa. «Addirittura – continua il professore – la scuola dichiara formata la persona dello studente solo se esso dimostra di possedere le discipline di studio e la cultura a livelli standard predeterminati astrattamente dagli organismi statali di controllo e programmazione che la reggono». La cosa appare ancora più grave se consideriamo che «la scuola moderna si è costituita e giustificata, negli ultimi secoli, sull’idea stessa della separazione. Separazione dalla famiglia, dalla società, dall’ambiente, dall’impresa […] Separazione tra età della scuola ed età del lavoro, […] tra lezione e laboratorio, tra teoria e pratica». Possiamo superare questo invasivo paradigma della separazione, magari cominciando a recuperare il senso del lavoro, dello studio, del fare scuola?

Che cosa vuol dire «lavoro»? E che cosa «studio»?

A seconda del significato che si attribuisce ai due termini, essi risultano tra loro opposti oppure integrati, quasi fossero le facce di una stessa medaglia. Se per lavoro si intende qualcosa che sia il contrario dell’agire intenzionale, razionale, libero e responsabile allora è ovvio che si tratti di cosa ben diversa dallo studio. E in effetti capita spesso che ci siano lavori svolti in questo modo. Ma la stessa cosa vale per lo studio: un ragazzo che apre i libri senza intenzionalità, riflessività razionale, libertà e responsabilità in realtà non sta studiando, ma passando il tempo o comportandosi come un animale o un automa. Io, nei miei libri e nella mia attività accademica, da tempo sostengo che, se i due concetti sono stati a lungo ritenuti tra loro opposti, è giunto il momento storico di connetterli e di rompere il pregiudizio secondo il quale lavora chi non studia o non è riuscito a studiare e studia solo chi non lavora o fa lavorare gli altri.

Oggi, nella scuola italiana, in particolare nel primo ciclo di istruzione, come convivono la dinamica dello studio e quella del fare, del laboratorio/lavoro?

Per colpa di una cultura ideologica e anche purtroppo poco colta abbiamo passato gli ultimi 40 anni della nostra storia ad epurare la scuola primaria e la scuola media da ogni traccia di lavoro e di impiego del lavoro come mezzo sistematico per l’apprendimento. Dimenticando, anzi censurando, una tradizione pedagogica e didattica in proposito al contrario ricchissima e che aveva trovato anche nel periodo dell’attivismo suoi significativi esponenti. L’educazione tecnica ridotta a studio del libro di testo. Paradossale. Mi ricordo bene, ad esempio, i veri e propri insulti che corredarono le proposte della riforma Moratti volte a far scoprire anche ai maschietti la differenza di fisica e di chimica, oltre che di antropologia, di storia e di geografia, esistente tra il «lavoro casalingo» del bollire invece che dell’arrostire o stufare i cibi, oppure del tessere lana al posto che lino o canapa ecc. «Lavare i piatti» o «fare il bucato» per noi, in questo modo, è diventato, per i ragazzi, fin da piccoli, il segno di una punizione sociale e il simbolo di un rango culturale inferiore, non una straordinaria e motivante occasione a costo zero per imparare bene la matematica, la chimica, la fisica, la biologia, l’ecologia, l’antropologia, la geografia, la storia, la linguistica e la letteratura di un pulito veramente tale. Con buona pace di tutte le omelie verdi che ci angustiano in ogni dove, dalla culla alla tomba. Ma che cos’è, invece, la dinamica indicata, se non la vera alternanza formativa tra lavoro e scuola, tra scuola e lavoro, con l’uno che si rovescia nell’altro, ora l’uno mezzo per l’altro considerato fine formativo e subito dopo il contrario, quanto è fine formativo usato come mezzo per la formazione personale, e che, insieme, però, si approfondiscono per farsi reciprocamente migliori? La svolta delle «unità di apprendimento», contrapposta alle «unità didattiche», aveva questo significato: fare i conti con compiti reali in situazione, usarli ora come fine da eseguire bene e ora come mezzo per imparare e soprattutto per crescere meglio come persone capaci di intenzionalità, razionalità (cultura), libertà e responsabilità. Siamo riusciti ad addomesticare anche queste proposte, riducendole a formule meccaniche, a didatticismi poco sopportabili, a parole stendardo buone per tutte le stagioni.