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SCUOLA/ Ecco perché è stato giusto porre la fiducia sul decreto Gelmini

Approvato ieri alla Camera il pacchetto sulla scuola, un provvedimento che doveva passare in tempi urgenti. Ma sarebbe sbagliato dire che non c’è stata discussione: in Commissione cultura il dibattito è iniziato a giugno, e ci sono stati centinaia di emendamenti

gelmini_lavagnaIIR375.jpg (Foto)

Il decreto Gelmini sulla scuola è passato, per ora alla Camera, con il voto di fiducia. Giusto così? Certo che sì. Se c’è emergenza educativa, lo dice la parola stessa, l’urgenza degli interventi per sostenere un processo positivo, è quasi una tautologia. Sfioro appena la questione di metodo che sta dietro le proteste sull’uso di questo strumento. Non è affatto vero, come sostengono le opposizioni, che non sia stato possibile lavorare in Parlamento sui contenuti.  In Commissione cultura e istruzione ci sono stati centinaia di emendamenti nel merito, preceduti da dibattiti sulla idea di scuola e di educazione sin dal mese di giugno. Sembra poco? Le proposte del ministro si sono scontrate, quando dagli alti cieli sono scese sulla terra, con un pregiudizio tremendo e ossessivo. Si è continuato a sostenere che l’unico intento della Gelmini fosse di fornire copertura con il grembiule  e riccioli con l’educazione civica all’unica sostanza: cioè tagliare, licenziare, quasi punendo gli insegnanti e le famiglie dei bambini. Per cui il vero artefice del decreto sarebbe Tremonti. Verrebbe voglia di dire: e allora? Tremonti ha dimostrato di essere un uomo di cultura tra i più lungimiranti rispetto al destino della nostra Italia. Se ha lavorato con la Gelmini, tanto meglio. Tremonti non vuol dire tagli. Ma applicare ai conti del Paese le regole del buon padre di famiglia.

Il fatto è questo: che la sinistra italiana, in particolare il Partito democratico, si è gettata con furia contro la Gelmini non per difendere gli studenti ma per tutelare il loro leader, che ha bisogno di un terreno dove poter spostare masse urlanti. E la scuola è sempre stata un buon terreno per battaglie politiche esterne alla scuola stessa e al bene dell’educazione.

Così stavolta. Per non affrontare i problemi veri della scuola italiana si è disposti a tutto, persino a mettere a tema la scuola: però per finta.

Così negli accenti uditi ieri alla Camera non si è affermato un contenuto positivo, ma solo il contrasto, la contrapposizione. Elementi interessanti si sono ascoltati nell’intervento dell’onorevole Santolini dell’Udc, ma  resi aspri dalla logica politica tutta tesa a negare la fiducia al governo.

Ribadisco qui i punti che mi inducono a ritenere positivo il decreto Gelmini.

1)     La semplicità. Ci sono poche cose, molto chiare. Mariastella Gelmini non ha voluto proporre una riforma – lo ha ripetuto spesso – ma aggiustare, sistemare, riordinare quel che bastava per mettere al centro della Scuola non lo Stato, e neanche i problemi sociali: ma chi nella scuola va educato. L’alunno e poi lo studente.

2)     L’idea di educazione. Qui siamo al centro del decreto. Il maestro prevalente. Non unico. Non si vuole eliminare l’insegnamento dell’inglese o dell’informatica, con il docente specifico, anche se è bene possa magari  essere lo stesso insegnante dominante ad attrezzarsi al riguardo. Certo: questo provocherà risparmi. Libererà risorse in un bilancio per la scuola dove gli stipendi si prendono il 96,98 per cento del budget. Il maestro prevalente obbedisce – ed è stato ribadito dal ministro, dal Pdl ma anche dalla Lega e, fino al momento del voto, dall’Udc – ad una concezione per cui l’educazione si fonda su un rapporto personale forte. I maestro modulari (tre ogni due classi, spesso di dieci alunni ciascuna) sono stati imposti per ragioni sindacali e di welfare (occupare giovani laureati) ma anche a causa della pedagogia del doppio o triplo punto di vista da proporre ai bambini, così che possano crescere nel dubbio…

3)     Il principio di autorità. Il voto in condotta non è il toccasana contro il bullismo, ovvio. Ma fornisce uno strumento che permetta al ragazzo e alla famiglia di riconoscere in chi lo impugna un’autorità. Autorità nel senso etimologico di qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base chiede la disciplina.

4)     L’educazione allo stare insieme. Si chiama Cittadinanza e Costituzione, nel decreto. Va intesa non come una sorta di educazione statale neutra. Ma la comunicazione dei caposaldi della vita comune. Anche qui: con semplicità. Il rispetto reciproco, la cura di chi è diverso, ma anche il non sporcare i muri. L’alzarsi in piedi quando in classe entra un adulto. E così via.

5)     Il voto in decimali. Serve a ripulire dagli psicologismi e dagli sforzi espressivi spesso poverissimi i giudizi sull’italiano e la matematica.

Dinanzi a tutto questo l’opposizione sostiene che in tal modo si uccide la scuola, si toglie il tempo pieno, si licenziano i maestri. Tutte cose fasulle. Propaganda pura. Le famiglie potranno scegliere se lasciare i figli 24 o 27 o anche 40 ore a scuola. Non si capisce perché opporsi alla libertà di scelta. Possibile che tutti debbano essere inquadrati per inviare i figli a farsi indottrinare dalle scuole progressiste, che poi fanno progredire solo l’ignoranza?

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COMMENTI
10/10/2008 - L' errore di togliere le compresenze. (mauro gagliardi)

Tornare al maestro unico quando i programmi scolastici e gli obiettivi educativi sono stati notevolmente ampliati nell'85 vuol dire oggettivamente togliere risorse al fare scuola.L'organizzazione per modulo,ha permesso e permette di aiutare maggiormente gli alunni con problemi di apprendimento.Attraverso le ore di compresenza mentre un'insegnante "tiene" la lezione l'altra attua strategie di insegnamento individualizzato sui bambini che fanno più difficoltà, si lavora per "piccoli gruppi", si pongono in essere attività di alfabetizzazione verso alunni stranieri (sempre più numerosi ed in ingresso nelle classi in ogni periodo dell'anno).Gli insegnanti del modulo devono programmare le attività da svolgere, spesso anche per classi parallele,tutto ciò non fa altro che tenere alta l'offerta formativa del singolo insegnante proprio perché sottoposto a confrontarsi e condividere con colleghi il lavoro.Non è di certo la laurea che fa un buon insegnante, ma la possibilità di imparare dalla collega con più anni di esperienza.La corresponsabilità del lavoro è una ricchezza per insegnanti e alunni, non certo una fucina del dubbio.Il dubbio? veramente qualcuno pensa che le maestre vogliono inculcarlo?Chi ha familiarità con la scuola elementare conosce la dedizione dei docenti e il loro sforzo continuo nel dare tutto per gli alunni.Se questo sistema modulare è fallimentare non si può spiegare il carattere di eccellenza che le comparazioni internazionali attribuiscono alla scuola primaria

 
08/10/2008 - Fiducia decreto scuola (Filippo Orlandi)

Non entro nel merito di tutto quello che il signor Farina asserisce perché ho solo 1500 caratteri, spazi compresi. Qualche dubbio però, al suo posto, me lo farei venire. Mi pare di capire che mentono tutte le opposizioni, mentono tutti i sindacati di categoria e non, cioè mentono tutti quelli che non sono d'accordo. Beh, questo mi sembra un ragionamento ideologizzato. Stiamo ai fatti. Il primo effetto di questo decreto d'urgenza è quello di ridurre il tempo scuola e tagliare posti di lavoro. Tutto il resto, che personalmente e per tante ragioni condivido solo in parte, è tutto da dimostrare. Per quanto riguarda Tremonti, papà buono, non ho dubbi, ma lo è per la sua famiglia. Chissà cosa ne pensano le famiglie degli alunni e quegli insegnanti precari che per effetto del decreto non avranno più il lavoro. Staremo a vedere...come si dice?...il tempo è galantuomo. Io spero che il signor Farina abbia ragione, ma se così non fosse non ci basterà un ventennio per rimediare allo sfascio scolastico eventualmente prodotto.

 
08/10/2008 - decreti e fiducia o serio dibatitto sulla scuola? (Giacomo Buonopane)

Non mi risulta che si sia svolto in Parlamento "da giugno” un serio dibattito sull’emergenza educativa ma discussioni sulla conversione in legge di 2 decreti che si muovono esclusivamente in una logica di contenimento della spesa. Nonostante le affermazioni di principio non emerge una chiara scelta in favore di interessi educativi che caratterizzano le preoccupazioni delle comunità scolastiche e che dovrebbero costituire un punto di riferimento per chi ha responsabilità politiche. Occorre rilanciare urgentemente il metodo della valorizzazione dell'autonomia scolastica che deve essere messa in grado di contare su risorse di personale e finanziarie, parametrate secondo standard oggettivi, lasciando poi alle libere scelte della scuola l'organizzazione del modello didattico migliore per raggiungere i risultati fissati dal centro. Unitamente a questo va affrontato seriamente il tema della valutazione delle scuole, lo stato giuridico del personale, la parità scolastica. Invece tali decisioni a colpi di decreti stanno alimentando nel Paese un clima di tensione e scontro in un settore strategico; anche le famiglie, in questa fase delicata dal punto di vista economico, manifestano preoccupazioni per una possibile progressiva riduzione del servizio scolastico. Tale situazione rischia pertanto di compromettere nei prossimi mesi ciò che di positivo, in un clima di "buon senso" e di confronto, può e deve essere legiferato in materia di istruzione per il bene delle future generazioni.

 
08/10/2008 - Lo Stato e la scuola (Silvio Restelli)

I docenti che si oppongono anche ai piccoli ma significativi miglioramenti proposti dal Ministro non si rendono conto che stanno mobilitandosi contro i propri interessi. La scuola di Stato attuale infatti con il suo alto numero di addetti e con il suo egualitarismo esasperato impedisce di riconoscere il lavoro e la qualità educativa di quei docenti che si misurano quotidianamente con l'emergenza educativa e copre invece i limiti, non solo involontari, di quelli che tirano al 27. Aumentare il rapporto docenti/studenti (da 1 a 9 attuale a 1 a 11 della media europea) significa disporre di più mezzi per premiare chi lavora nella scuola con una possibilità di carriera e di guadagno finalmente dignitosi. Inoltre il compito dello Stato è quello di controllare in modo rigoroso gli esiti e gli apprendimenti finali delle scuole finalmente autonome non quello di dire qual è il modello organizzativo migliore (maestro unico o prevalente o team) o la pedagogia da adottare.

 
08/10/2008 - LIBERTA' E AUTONOMIA SCOLASTICA (Angelo Lucio Rossi)

Le contrapposizioni ideologiche tornano e viene meno il confronto costruttivo sui tentativi di risposta all'emergenza educativa.La risposta all'emergenza educativa è fatta di tanti io in azione.Sono imbarazzato rispetto a polemiche che non toccano la carne del mio impegno quotidiano come dirigente scolastico di una scuola che opera in un contesto sociale difficile.Lavoro per mettere insieme più soggetti e si diventa proposta educativa dentro tutte le contraddizioni.Questo lavoro ha fatto fuori "analisi ideologiche" fino al punto che nessuno si illude che con più "cittadinanza e Costituzione" si arriva al cuore del bisogno educativo.E' vero che molti soffiano sul fuoco delle polemiche alimentando scenari apocalittici ma non possiamo escludere errori di metodo nell'affrontare questioni delicate che riguardano l'educazione.L'aggiustamento,la sistemazione,il riordino? No.Era meglio sviluppare un confronto organico e sistematico sulla proposta Aprea che rilancia la scuola come fondazione e soprattutto l'autonomia scolastica.Autonomia scolastica e libertà nella scuola e delle scuole senza scorciatoie.La politica non ha il diritto di stabilire quale sia la migliore scuola possibile.Rilanciare l'autonomia e soprattutto il confronto sui tentativi che nascono dal basso significa valorizzare la sussidiarietà e lo sviluppo di esperienze libere.Nessuno può bloccarci su sterili polemiche.Rilanciamo il protagonismo delle scuole.Raccontiamole per contribuire ad un clima di svelenamento.