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SCUOLA/ Dopo Rivoli: quando un morto diventa un'arma contro il nemico politico

Oggi i funerali di Vito, il ragazzo di 17 anni morto per il cedimento del soffitto nella sua scuola di Rivoli. Come hanno reagito giornali e televisioni di fronte a questo tragico evento? Un gioco al ribasso, fatto cavalcando la rabbia e le accuse. Un brutto esempio: perché si capisce chi siamo da come si racconta la morte di un ragazzo

scuola_rivoli2R375.jpg(Foto)

Si capisce chi siamo da come si racconta la morte di un ragazzo. Ma prima ancora del racconto, lo si capisce da che cosa accade dentro di noi dinanzi alla notizia. Se prevale la pietà, persino lo sconforto, o l’indifferenza e la propaganda politica, che di solito sono molto legate. Un morto diventa un’arma da gettare contro il nemico politico.

Ciascuno analizzi se stesso. Come ci poniamo dinanzi a questo evento? Quanto è successo a Rivoli, in quel liceo, di certo non è solo una tragedia per la famiglia e per gli amici. Riguarda noi. Tutti noi ci rivediamo in Vito. Gli adulti pensano a se stessi a scuola, nel liceo, di come l’edilizia scolastica sia sempre stata uno schifo, e come potesse accadere anche allora a noi. E il senso di impotenza, e il pensiero di un ragazzo che un attimo prima rideva, e poi sotto i calcinacci, ammazzato sul colpo. E in lui vediamo i nostri figli e i nipoti. La prima cosa non è mai la rabbia contro qualcuno, non può essere così. Anche se viene dal petto il desiderio giusto di capire chi siano i responsabili, di chi siano le negligenze.

I giornali e le televisioni hanno giocato tutto subito sulla rabbia, e anche se non in modo dichiarato, hanno puntato il dito sul governo. Sùbito sotto accusa implicita Berlusconi e Gelmini. Il modo è stato classico. Si è usata subito come titolo la frase di una zia, diventato il commento universale: i politici si vergognino. I  parenti in quei momenti dicono di tutto, urlano lo sgomento, si attaccano a chi gliel’ha ucciso, quel ragazzo. Di solito i cronisti arrivano subito a porre la domanda, dinanzi a ogni delitto, a un crollo, a un incidente stradale causato da un ubriaco: lei perdona?

Non si sa chi, che cosa, si percepisce soltanto che qualcuno ha lavorato male, non è stato ben controllato, non ci sono state verifiche, e il soffitto è venuto giù e ha ammazzato mio figlio, mio nipote… Cosa volete che si dica davanti a una telecamera o a un taccuino se non urlare, dire che non è giusto. Usando quello sgomento  tutti i giornali, o quasi, e gran parte della politica, se la sono presa con il governo, anche senza nominarlo, contro il ministro Gelmini, la quale non c’entra niente di niente con quella scuola e non ha lei la competenza. Era un sottofondo, un clima creato in modo subdolo. Al punto che è stata coraggiosa la Gelmini ad andare in quella scuola. Si è lasciato credere che i presunti tagli del governo alla scuola (che non ci sono, non ci sono proprio: la sola a essere stata penalizzata ahinoi è la scuola non statale!), si siano tramutati nel togliere ferro dai soffitti delle scuole, risparmiando sul cemento armato.

Non è possibile procedere in questo clima barbaro, dove anche le accuse non sono dette chiaramente, ma sono buttate lì in modo subliminale, per seminare odio che possa poi dare frutti tossici. Berlusconi in Abruzzo ha espresso dolore, e insieme ha usato una parola “fatalità”, che non voleva proteggere nessuna negligenza, ma segnalare come questa scuola non figurasse tra quelle dove ci si aspettava qualche guaio. Erano persino stati fatti lavori negli ultimi anni. Sono migliaia le scuole, specie in zone di alto o medio rischio sismico che esigerebbero interventi di circa 19 miliardi di euro, e da questa cifra sarebbero ancora esclusi licei tipo quello di Rivoli. In questo senso è una fatalità. Non perché non possano esistere responsabilità, ma perché lì c’era una negligenza invisibile, un modo cattivo di lavorare che ha piazzato un controsoffitto in malo modo alla struttura portante.

Invece a partire da quella formula “fatalità” si è imbastito un processo alla politica, alla Gelmini, alla riforma Gelmini, a tutto. Quando tra le prime mosse del governo c’è un investimento nella sicurezza delle scuole.

Però tutto questo, la morte di Vito, il ferimento di altri suoi compagni, può essere l’occasione triste per ricordarci che i protagonisti della scuola sono ragazzi così, con quella faccia, con la voglia di vivere. Ad essi dobbiamo certo dare la sicurezza delle strutture edili,  ma ricordarsi che i tetti solidi devono proteggere un lavoro educativo solido. Da noi invece oggi non si controlla né la qualità del cemento armato né la qualità di una proposta buona per la vita.

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