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SICUREZZA/ Quando il centro-città diventa un luogo in cui è impossibile incontrarsi. Il caso Brescia

Secondo il giornalista RENATO FARINA è importante rendere più vivibili le nostre città, garantendo sicurezza con la necessaria severità. Ma senza educazione la sola legge rimane inefficace, come una grida manzoniana. GUARDA IL VIDEO curato dalla Fondazione San Benedetto “La Brescia possibile, che desideriamo”

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Il nuovo sindaco di Brescia Adriano Paroli è un uomo buono. Ha un passato di impegno sociale – si dice così – forte: già in università si occupava di cooperative per lo studio e le residenze degli studenti fuorisede a Milano. La scommessa è: può un uomo buono, un cattolico la cui legge suprema è la carità, essere anche capace di garantire sicurezza, di far rispettare i codici, di avere la mano severa contro chi sgarra?


Guai se non fosse così. Si tratta di volere una vita buona per tutti. E una vita buona ha bisogno di ordine. Contro chi contrapponeva la mitezza di Gesù Cristo alle esigenze di gendarmeria, il grande Hans Urs von Balthasar rispondeva: «Senza la polizia romana Gesù non avrebbe potuto predicare le beatitudini». Ora cosa succede a Brescia? Il centro della città, proprio il centro, è diventato il luogo dell’insicurezza. Gli immigrati hanno persino cambiato l’odore di una città, che è addirittura più importante della sky line, perché entra dentro, ti dice quale sia la cultura dominante, spiega i connotati di un luogo. Il centro di una città è il suo cuore, perché c’è la Chiesa, il municipio, si è attirati lì quando non sappiamo bene chi siamo e vogliamo ritrovarci. Ora questo a Brescia è diventato un esercizio impossibile. Prevalgono etnie straniere. La stazione di Brescia poi, da anni, è il luogo dove non si viaggia ma si fugge.


Ecco allora che il disegno di Paroli ha due colori che si tengono insieme. La sicurezza garantita con una presenza vigile e professionale delle forze di polizia. La necessaria severità verso chi non abbia un contratto d’affitto regolare, un reddito certo che permetta di sostenerlo. Tutto questo eliminerebbe immediatamente la questione dell’incredibile sovraffollamento degli appartamenti che vengono consegnati agli immigrati per lucrare, perché tanto si sa che poi costoro a loro volta li subaffittano in nero: con conseguenze ovvie sulla convivenza dentro e fuori le case, e con l’occupazione delle piazze da parte di gente che sta lì perché in casa c’è posto solo per un letto-loculo.
Guai a ragionare per schemi sociali: sarebbe l’altro versante di quelli che assolvono i delinquenti perché la colpa è della società. Si ricadrebbe in una sorta di marxismo etnicista, accusando l’appartenenza a un certo popolo come motivo determinante della illegalità. Non è questo. Occorre però di certo, in una situazione di emergenza, adottare misure spicce: pene certe, espulsioni senza mezze vie para-buoniste.


Dunque la legge. Ma la legge è zero, inefficace, grida manzoniana, se non c’è solo la polizia ma se esiste una società civile dove esista il popolo, tenuto insieme da qualcosa di più dell’interesse immediato. La tradizione cristiana è questa: ha saputo tutelare l’identità dalle invasioni, perché aveva caro qualcosa di grande e buono: la famiglia, la forma della società. Nel nichilismo, nel vuoto spirituale la sola polizia purifica un istante la vita dal male, ma si riempie un istante dopo. Occorrerà allora tenere insieme l’emergenza dell’ordine con l’altra grande emergenza: quella educativa. Una non va senza l’altra. Se costruiremo uomini capaci di bontà, sapremo anche schiacciare la testa del serpente. Per questo è molto interessante che Paroli abbia chiesto la consulenza di Magdi Allam in vista di una integrazione che faccia piazza pulita di un multiculturalismo fasullo, che lascia spazio in realtà ai lupi delle culture fondamentaliste e nemiche delle persone.

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