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INTERCETTAZIONI/ Il paradosso: in nome della legalità si fa la cosa più immorale

Esiste la proprietà privata della propria voce e dei propri sentimenti, e l’esproprio proletario o pubblico ministeriale degli stessi deve essere, per legge, considerato reato grave

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Basta così. Le intercettazioni sono diventate in nome della legalità la cosa più immorale che ci sia. Penetrano nella vita di gente inerme, sorpresa con un qualsiasi pretesto dai cacciatori di reati i quali se la cavano solo perché il voyeurismo giudiziario è il vizio più tutelato che esista. Per cui la segretezza della comunicazione, sancita dall’articolo 15 della Costituzione, è nelle mani immense e predatrici di magistrati e di giornalisti pronti a usarle per gli scopi più diverse.

Ovvio. Per reati gravissimi, controllare i telefoni è necessario. Ma non può più essere un esercizio indiscriminato come i pescatori che usano le reti a strascico e poi controllano cosa ci è rimasto dentro. Tanto vale allora intercettare tutti, ma proprio tutti, in uno stato di polizia perfetto, perché almeno allora sarebbero tutti uguali, magistrati compresi.

Il discorso torna di attualità, dopo che in Parlamento a settembre si discuteranno le norme che limitano i reati per cui si potranno intercettare i telefoni e le mail, e si puniranno con severità le pubblicazioni di intercettazioni prima della chiusura delle indagini e anche successivamente qualora entrino in una sfera estranea al delitto.

Tutto nasce dal fatto che Prodi è stato intercettato. Le sue conversazioni pubblicate. Oggi questo fatto è perfettamente legale. O quasi. Al massimo è punito con una multa di poche decine di euro. Non c’è nulla di particolarmente lesivo dell’immagine dell’ex premier nelle conversazioni riferite da Panorama. Questo spiega anche la reazione molto pacifica del premier. Prodi di suo ci mette la malizia: non contro i magistrati, ma contro i politici di centrodestra. Queste mie intercettazioni – dice – non si prestino a giustificazione di una legge che limiti le medesime.

Da qui è nato un dibattito. Da una parte i fautori delle intercettazioni sempre e comunque, pubblicabili senza alcun dubbio quando riguardino personaggi di rilievo. Dall’altro chi rileva come non se ne possa più. Sia che riguardino gente senza peso sociale sia quando tocchino persone eminenti, sono un’intrusione esagerata.

Chi scrive nel suo piccolo è stato oggetto di intercettazioni. Pubblicate prima che potesse prenderne visione. Dunque ho già dato. Come me tantissimi italiani. Se è conflitto di interessi diciamo che è piuttosto diffuso: riguarda forse un milioncino di persone. Potenzialmente però riguarda tutti, proprio tutti. Non solo chi è indagato ma chiunque telefoni o sia uso telefonargli: in una catena sempre più vasta, come i cerchi disegnati da un sasso nel lago.

Qui sulla bilancia occorre ponderare se sia più dannosa la legge attuale permissiva o quella che Alfano, il ministro della Giustizia, patrocina. Dai risultati e dai costi non dovrebbero esserci dubbi: meglio limitare. Queste intercettazioni hanno sostituito le indagini, le trascrizioni sono presentate come verità assoluta senza tener conto del mezzo, il telefono, in sé deformante. Causano un danno al sistema politico e alla democrazia per l’uso che se ne fa come di sassi con cui linciare l’avversario. Portano a una degenerazione di costume, perché si finisce per voler entrare dove a nessuno sarebbe consentito se non per motivi gravissimi.

A me fa ridere chi fa sentire in tv un’intercettazione e poi dice: poco male è innocua. Io ho diritto di poter dire cose innocue senza che la mia voce sia proiettata per l’universo mondo. Esiste la proprietà privata della propria voce e dei propri sentimenti, e l’esproprio proletario o pubblico ministeriale degli stessi deve essere, per legge, considerato reato grave.

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