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SCIOPERI/ Caro Epifani, ricattare la società non è un diritto

La proposta del ministro Sacconi per regolamentare gli scioperi nei servizi pubblici pone un questione di civiltà, indicata dalla stessa Costituzione: un diritto non può essere definito tale se nuoce alla libertà di prossimo

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L’idea del ministro Maurizio Sacconi è di puro buon senso: lo sciopero nel campo dei servizi (sanità, trasporti ed altre attività su cui si regge la convivenza pacifica) non deve fare del male agli inermi, ai più deboli, a chi non può difendersi e non ha mezzi per ovviare ai disagi determinati dall’astensione del lavoro di altri cittadini.

Lo sciopero in certi settori può essere virtuale, senza cioè che possa stravolgere la vita della società. Nel campo dei trasporti va preceduto da un referendum, e va segnalata preventivamente l’adesione. Insomma: norme che impediscono che il diritto di sciopero si trasformi nell’obbligo da parte di chi non c’entra di subire un danno grave. Una questione di civiltà, tra l’altro in ottemperanza a quanto stabilito dalla Costituzione all’articolo 40: «Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano». Elementare.

Subito, Guglielmo Epifani si è messo di traverso. Non gli va bene. Sostiene che il disegno di legge soffoca una libertà essenziale. Sacconi replica con le stesse parole che avrebbe detto qualunque persona dotata di un sano cervello: qui nessuno tocca la libertà fondamentale. Un diritto non può essere definito tale quando nuoce alla libertà del prossimo.

Tra l’altro non ci saranno decreti, ma norme da discutere in Parlamento e da approvare dopo aver ascoltato sindacati e parti sociali.

Non ci sono molti commenti da fare. Ecco qualche spunto di riflessione.

1) L’Italia a partire dagli anni 70 è diventata una repubblica pan sindacale. Un sindacalismo che nella sua porzione egemonica ha esercitato non la difesa dei lavoratori e della loro possibilità di lavorar bene con una buona paga, in un contesto positivo di relazioni tra parti sociali, ma un luogo dove i capi e i capetti hanno lavorato per il proprio potere, garantendo ai settori già garantiti e con possibilità maggiori di ricatto sociale, posizioni di rendita.

2) La proposta di Sacconi arriva tardi rispetto alle necessità. Per fortuna trova però una Cgil isolata. Resta potente, potentissima, a causa del suo connotato politico che la congiunge a settori politici di sinistra e a porzioni dello Stato (vedi magistratura) sintonici con essa. Ma ha perso la capacità di trascinare al suo seguito gli altri sindacati, in particolare la Cisl guidata saggiamente da Bonanni.

3) Questo tempo di crisi così grave e crescente impone di non conformarsi ai vizi che hanno consegnato – come ha detto il Papa ieri – l’economia e la finanza dell’Occidente all’idolatria e all’avarizia. C’è una grande occasione. L’uomo non può essere più inteso come il lupo che mangia più cibo che può sbranando cannibalescamente il prossimo (homo homini lupus). In fondo è la dottrina che tiene insieme capitalismo e socialismo quando la persona è un congegno tra gli altri della macchina. Lo sciopero selvaggio o quello teso a complicare la vita del prossimo per averne dei vantaggi è espressione di questa logica. Non è il solo male dell’Italia e delle relazioni di lavoro, per carità. Ma lì si vede chi siamo. Che cosa ci interessa davvero. Se vale la regola mors tua vita mea, o se può prevalere un criterio che somigli il più possibile al bene comune. Esiste la responsabilità. Senza responsabilità in tempo di crisi può essere guerra civile.

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