BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

PENSIONI/ Quella favola che fa quadrare i conti, ma sballa la società

Un provvedimento pensionistico che rinvia il pensionamento delle donne in teoria parifica i sessi, e fa risparmiare lo Stato; in realtà ferisce il buon senso e manda ancor più a soqquadro la vita delle famiglie già penalizzate in ogni modo da questa crisi e dalla cultura dominante

donna_pensioneR375.jpg(Foto)

Sulla pensione alle donne prevale l’astrazione. Si parla di uguaglianza. Dunque, se gli uomini è giusto vadano in pensione come minimo (io lo penso, salvo eccezioni da mestieri pesanti) a 65 anni, idem dev’essere per le signore. I numeri sono molto espressivi. Si risparmierebbe un tot di miliardi di euro. Inoltre: in Europa si fa così. Interviene Emma Bonino: andare a lavorare è un privilegio.

In questo quadro, ho visto una luce di saggezza nel discorso di Umberto Bossi: «Scelgano le donne».

Concordo.

Dove vivono, in quali castelli da fiaba passano le loro giornate, quelli che sostengono che le donne in pensione qualche anno prima degli uomini è un lusso che non ci possiamo permettere? Io credo sia vero esattamente il contrario. E cioè far rientrare solo dopo i sessant’anni le rappresentanti del sesso femminile sia qualcosa di dannoso per il sistema sociale.

Mi spiego.

Che cosa fanno le donne dopo i 55 anni? Alcune stanno a far niente, e girano per lo shopping. Quante sono? Un due o tre per cento. Le altre lavorano più che mai proprio quando non vanno più al lavoro. Curano i nipoti, causando in tal modo un risparmio allo stato nell’ordine di migliaia di miliardi in costi di asili nido e consentendo alle giovani mamme di non fare una vita del tutto infernale tra pappe e cartellini da timbrare. Oltretutto la loro presenza consente un beneficio difficilmente quantificabile in termini finanziari, ma preziosissimo: la tenuta sociale, la forza del legame, la trasmissione alle generazioni di nuovi nati di un patrimonio imperdibile.

Soprattutto però queste donne tra i 55 anni e i 65 anni sono un sostegno insostituibile ai genitori o ai suoceri o alle zie e zii anziani e che altrimenti sarebbero in carico dell’assistenza sanitaria o sociale nazionale, perché si sa che le badanti costano, non tutti possono permettersele, e poi mai è sufficiente la presenza sia pure amorevole di una persona che non è della famiglia. Non parlo a caso: lo so, lo vedo, lo sperimento.

C’è un’altra questione: e qui siamo all'assurdo. Molte donne sarebbero disposte, anzi felici, di restare fino anche a 70 anni al banco di lavoro: hanno sistemato al meglio nipoti e suoceri, ronzare per casa non interessa. Ma a quel punto sono obbligate a stare a casa. Penso a molte insegnanti delle elementari e delle medie che, al culmine della loro esperienza, oggi tremano perché avendo sessantadue anni temono di essere mandate a casa in pensione… Incredibile: lo stesso Stato che progetta di rinviare l'età pensionabile, però nel frattempo le tiene col fiato sospeso perché le vuole forse cacciare per far posto alle nuove leve. E qui bisognerebbe capire la logica...

Insomma: ci sono gli scrocconi, quello è un fenomeno grave. Va contenuto e represso: guai ai fannulloni e a chi si ingegna per cavare ogni denaro possibile dallo Stato per farsi finanziare il far niente. Ma non può essere un alibi per non guardare la realtà. L’abuso di alcuni non può diventare motivo per far del male ai buoni. La vita insegna che si possono scrivere dei numeri, ritenerli perfetti, decidere in conseguenza, senza tener conto davvero del rapporto tra costi e benefici. È il caso di un provvedimento pensionistico che rinvia il pensionamento delle donne: in teoria parifica i sessi, e fa risparmiare lo Stato; in realtà ferisce il buon senso e manda ancor più a soqquadro la vita delle famiglie già penalizzate in ogni modo da questa crisi e dalla cultura dominante.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
11/03/2009 - che sballo esser donna (claudia mazzola)

Ma perchè i sessi devono diventare uguali se sono diversi? Basta guardarsi allo specchio per vedersi, ed io donna mi amo perchè non sono uomo e amo l'uomo.

 
10/03/2009 - principio di uguaglianza tra uomini e donne (Silvia Pugi)

La tesi di Farina è che le donne devono andare in pensione prima degli uomini, per poter fare le babysitter dei nipoti e le badanti dei genitori, garantendo così la tenuta della società. Questo è un prendere atto di una situazione di mancanza dello stato sociale. Troverei invece più equo che fosse lo stato a garantire servizi quali asili per bambini e assistenza agli anziani, lasciando poi alle donne la scelta se continuare a lavorare o meno. In nome dell’uguaglianza dei sessi, saranno adeguate le età pensionabili dei due sessi. Tuttavia, bisognerebbe ricordarsi di questo principio di uguaglianza sempre: sia quando si toglie alle donne il privilegio di andare in pensione prima degli uomini sia quando non ci si occupa di discriminazioni sul lavoro, minori stipendi e scarsità dei servizi per la famiglia.

 
07/03/2009 - Pensionamento più flessibile; altre proposte. (Roberto Bera)

Certi tagli possono costare carissimi come que poverino che per risparmiare il tram prendeva il taxi. 1)poter uscire con un periodo di lavoro part-time. Dopo almeno 40 anni in cui l’agenda personale, l’orario erano imposti da un’attività lavorativa, trovarsi in pensione per molti è un passaggio complicatissimo dal punto di vista psicologico. Finire la carriera con un periodo part-time sarebbe ottimale imparare a gestirsi diversamente per evitare il vuoto, e nello stesso tempo dare ancora il proprio contributo senza stressare più di tanto un fisico che non è più quello di una volta. Ma il part-time finale non dovrà abbassate la pensione poi percepita, anzi essere una forma di bonus. 2)Servizio civile per anziani. Siamo seri. Sappiamo bene che la maggior parte della gente (per alcuni momenti della mia vita lavorativa purtroppo ho dovuto mettermi tra questi) al lavoro non si spreme. Non perché siamo del fannulloni, anzi, desiderosi di “fare”, ma perché non abbiamo le opportunità di farlo. Sarebbe lungo da spiegare perche, ma essendo difficile ad una certa età cambiare posto di lavoro +facile tirare a campare. Ma alla collettività serve una situazione simile? Nell’attesa di un’augurata utopistica ipotesi di un mercato del lavoro + dinamico, ritengo converrebbe che si calcolasse un “giorno astratto di pensionamento”, su cui calcolare la pensione, e poi anticiparne il pensionamento in cambio di presso enti. Accudire genitori vecchi rientra, anche ai figli maschi.

 
06/03/2009 - Il mito della pensione (Lindo Caprino)

E come la mettiamo con la tanto proclamata parità tra i sessi in Italia? C'è o non c'è? O c'è solo quando fa comodo alle donne? E come la mettiamo con la tanto vituperata mancanza nostra di spirito europeo? Molte volte ci autoaccusiamo di mancanza di vocazione europea come nazione; in tante occasioni si levano molte voci politiche a denigrare la nostra arretratezza su tanti temi civili e morali rispetto agli Stati europei (loro sì che sono più avanti di noi, più moderni, più efficienti, ecc....); ed ora che la stessa Comunità Europea ci offre l'occasione e l'invito di allinearci agli altri Stati su un aspetto importante (parità tra i sessi sui posti di lavoro) facciamo tante storie? Ma allora questa Unione Europea ci conviene o non ci conviene? O ci conviene a giorni alterni? O vorremmo prendere furbescamente (da bravi italiani) solo quello che ci fa comodo?

 
06/03/2009 - la pensione non sarà mica un desiderio? (claudia mazzola)

Penso Renato Farina abbia sempre la ragione dalla sua e poi ci mette anche il cuore quando parla. Può essere fino a 65 anni non si è delle carampane e molti posti ti consentono di continuare a lavorare, in altri serve gente giovane. Quindi facciamo la legge e come è stato detto poi scelgano le donne, a seconda. Volevo un sacco di cose nella mia vita ma è stato tutto diverso, è proprio vero che non comando io. Se andrò in pensione? Non credo: sono casalinga, sposata e sgobbo un sacco!

 
06/03/2009 - proposta alternativa (michele schiavone)

Io avrei in mente un'altra idea: se proprio vogliamo prendere esempio dagli stranieri, allora si dovrebbe istituire una pausa lavorativa di maternità, della durata diciamo fino a 3 anni (a discrezione della diretta interessata), da recuperare alla scandenza dell'età contributiva. In questo modo si garantirebbe una giusta parità tra uomini e donne (in quanto andrebbero in pensione circa alla stessa età) e allo stesso tempo si garantirebbe alle giovani donne di dedicarsi serenamente alla cura della prole e della famiglia senza l'incubo di perdere il lavoro e senza la necessità di affidare i figli a estranei e nemmeno a genitori e suoceri (chi meglio della mamma stessa?)