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BIRMANIA/ La lezione di Aung San Suu Kyi, piccola grande signora della pace

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Davvero il cuore dell’uomo è invincibile. C’è qualcosa che la tirannide non riesce a schiacciare. Ma ogni volta che questo fiore spunta sotto le macerie si resta incantati. E si deve avere il coraggio di dare testimonianza di questo dono ricevuto e dire grazie. Grazie a questo fiore, grazie al popolo da cui è spuntato, e grazie a Dio che ha fatto l’uomo teso all’infinito, alla libertà e capace di imitare il suo Creatore nella misericordia!

Così ieri, nel suo primo discorso, dopo essere vessata insieme al suo popolo da ventidue anni, la birmana premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, 65 anni, ha detto: «Non serbo rancore». In queste tre parole c’è un mondo in cui vale la pena di vivere. Bisogna imparare da Suu Kyi anche e soprattutto in Italia; le sue parole e il suo invito valgono per noi che siamo e desideriamo essere cattolici, ma non esclude nessuno: essere religiosi in ogni atto è ciò che rende il politico e la politica adeguati alla necessità, qualunque sia la situazione, la crisi, la fatica.

Nulla di meno che essere religiosi serve alla politica. Non per forza si declinerà nella medesima proposta o programma: ma se c’è questa religiosità di base anche dividersi, persino polemizzare con durezza non è una tragedia, ma persino una ricchezza.

Proviamo a metterci spiritualmente in mezzo ai quarantamila, vittime ancora pochi giorni fa di elezioni burla, schiacciati insieme ai loro leader buddisti dall’aggressione poliziesca, senza uno spazio fisico per radunarsi da un sacco di decenni. Hanno cambiato persino l’insegna alla loro casa, gli oppressori: l’hanno stuprata e chiamata Myanmar, rubandole il nome di battesimo che era ed è Birmania.



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