BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

LIBIA/ Processare Mohammed? La giustizia dei "ribelli" ricorda tanto Balduccio Di Maggio

La notizia dell'intenzione del governo provvisorio libico di processare i colpevoli dell'uccisione di Gheddafi suscita alcune riflessioni. Ma di quale giustizia si parla? RENATO FARINA

Gheddafi (infophoto)Gheddafi (infophoto)

Trascrivo una nota di agenzia datata 28 ottobre: «Bengasi - Il Consiglio nazionale libico ha dichiarato di essere determinato a processare gli assassini di Muammar Gheddafi. "Il responsabile dell'omicidio di Gheddafi, chiunque sia, sarà giudicato e avrà un processo equo'', ha detto il vicepresidente del Cnt, Abdel Hafiz Ghogha». Che facciamo? Ci accontentiamo del ragazzino dalla pistola d'oro portata via al Colonnello?
Sarebbe un lavacro perfetto e un tantino ipocrita per tutti. Per i nuovi capi, che in questo modo prendono le distanze morali e giuridiche dal linciaggio di Sirte del 20 ottobre. Se ci fosse giustizia, bisognerebbe processare pure loro. Sbaglio o hanno esaltato il gesto, definendo addirittura eroe il disgraziato combattente che ha tirato un colpo a bruciapelo al dittatore disarmato? In realtà se si va su su nella catena di comando e si guarda l'accaduto bisognerebbe chiamare in causa Sarkozy e Cameron... Sono matto?
Forse, ma c'è una logica in questo mio discorso. Esaminiamo i fatti. Nel marzo scorso, dinanzi alla sollevazione di Bengasi repressa nel sangue dalle forze di sicurezza  libiche di Gheddafi, il Consiglio di sicurezza dell'Onu vota, con poche astensioni e senza veti nemmeno di Cina e Russia, l'intervento militare. La motivazione è anche il limite inderogabile legittimato dalle Nazioni Unite e dal diritto internazionale: la formula è “protezione dei civili”. Non si parla più di “interferenza umanitaria” come in passato.
Era una espressione troppo generica, quella. Protezione dei civili somiglia molto a una forma di non-violenza armata. Il conflitto però è comunque furibondo. Le atrocità – come in tutte le guerre civili – abbondano da una parte e dall'altra secondo le denunce di Amnesty e di altre organizzazioni. Ci sono strane morti tra i leader dei rispettivi schieramenti.   
I governi occidentali riconoscono come legittimo rappresentante del popolo libico il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Se non altro, a differenza di Gheddafi, non hanno ancora imposto una dittatura, anche se tra i leader di questo potere nascente ci sono parecchi che appartenevano fino a poco tempo prima al potere cascante. L'Italia offre basi militari e partecipa ad azioni con uso di missili (a differenza degli altri Paesi guerreggianti, tra cui si distinguono Francia e Regno Unito, il nostro Paese fornisce aiuti in cibo e medicinali, oltre che accogliere i profughi). Il vescovo di Tripoli Martinelli denuncia stragi di civili causate dalla protezione dei civili, strano paradosso.Finché si arriva al 20 ottobre.
I cosiddetti ribelli prendono Sirte. Una colonna di auto si stacca dalla periferia e fila verso il deserto. E che cosa succede? Aerei francesi e inglesi individuano la colonna. Non è che tirano qualche colpo di avvertimento per bloccare la strada. Si sa che c'è Gheddafi sopra. Sparano una serie di missili aria-terra. Restano carbonizzati in tanti, lì. Il Colonnello salta giù, si nasconde con qualche fedele in una condotta. Individuato. Linciato. Colpo di grazia. In quel momento era un civile da proteggere, ma i medesimi aerei non è che sono scesi a spaventare la gente con qualche picchiata.  
Infine il ragazzo a trovato la pistola d'oro, e pum.Chiunque sia uomo ha provato sgomento. Le immagini sono tremende. É impossibile non provare pietà. É vero: Gheddafi ha riservato una sorte simile e forse peggiore a tanti avversari inermi, come a suo tempo capitò a Saddam. Sic semper tyrannis, finisce sempre così per i tiranni. Ma non ci piace lo stesso. Perché non siamo nati per essere lupi con chi è disarmato anche se colpevole.Dinanzi allo scempio, cerchiamo il colpevole.