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venerdì 25 marzo 2011
Negli ultimi anni la ricorrenza dell'eccidio nazifascista alle Fosse Ardeatine non è stata un giorno di riconciliazione ma di polemiche feroci. Sto parlando della sentenza su Priebke, e delle discussioni a proposito della responsabilità personale di un ufficiale nell'esecuzione di un civile colpevole di niente, ucciso per rappresaglia. E poi della necessità o meno, della liceità morale oppure no di un attentato contro truppe occupanti ma che avrebbe di sicuro condotto a ritorsioni contro gente inerme. Ancora, le rivelazioni e i dubbi sull'effettivo obiettivo dei partigiani comunisti che avevano posato la bomba: erano le SS il bersaglio principale di via Rasella o forse qualcuno aveva previsto che a essere prelevati da Regina Coeli e poi ammazzati sarebbero stati dei capi comunisti eretici sgraditi a Mosca?
Sono tutti argomenti importanti, e la vita è fatta di dilemmi e di ricerca della verità per odiosa e poco commerciabile sia. Però va detto che tutti questi interrogativi hanno trascurato involontariamente l'essenza del fatto. E che cioè i 335 assassinati erano persone con una storia, con degli affetti, alcuni imprigionati perché eroi della Resistenza, altri in base alla appartenenza al popolo ebraico, altri ancora per ragioni che somigliano al caso. Ma tutti con un nome e un cognome, ciascuno con un corpo degno di essere onorato, riconosciuto, considerato come una reliquia da chi ti ha amato.
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