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CARCERI SOVRAFFOLLATE/ Cosa direbbero gli animalisti se nelle prigioni ci fossero i trichechi?

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Sono tra quelli che ritengono necessaria l'amnistia. Non per sbattere i delinquenti di nuovo a delinquere, ma proprio per impedire che delinquenti diventiamo tutti noi. Più passano i giorni, e più visito i detenuti nelle celle (prerogativa dei deputati) più mi rendo conto che il “segno di clemenza” verso i carcerati sarebbe clemenza verso noi stessi, perché, come con senso molto pratico diceva Lucia Mondella, “Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia”. E lo sappiamo bene, se siamo onesti, quanto bisogno di perdono abbiamo. L'amnistia non serve a svuotare le carceri, ma a rimettere in gioco la macchina della giustizia, che è avvelenata non solo nelle sue cantine (le celle) ma anche nella sua produzione di sentenze.

Piuttosto che ricordare i numeri, che serve a poco, ricordiamoci le facce e le storie. Il carcere non è solo pena per il criminale o per il presunto colpevole, è anche il luogo di una umanità gigantesca e addolorata. Bisogna valorizzare intanto tutte le esperienze che consentono a questa umanità di traboccare oltre le mura della prigione. Per questo è importante che si amplino le offerte di lavoro vero dentro gli istituti di pena. Conviene anche in termini di sicurezza per la gente fuori. Chi lavora poi, se conserva questo lavoro, non delinque più. La cifra scende sotto il 5 per cento, contro il 60-70 di chi tra i reclusi non ha avuto questa possibilità. Ma non è solo quello. Non sono solo numeri. C'è di mezzo l'evidenza che una vita buona + davvero possibile, e gli uomini possono cambiare, trovare un senso buono della vita, che poi si diffonde come una speranza per tutti.

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