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KARADZIC/ Sconfitta l'ideologia della colpa a senso unico

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Tanti pensieri percorsero allora la mia mente. Pochi mesi prima dell'eccidio, avvenuto nel luglio del 1995, mi ero incontrato con quelli che saranno poi accusati di questa immane strage. E cioè il generale Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Non vidi in loro nessun lampo di follia o di volontà criminale. Ragionavano di diritti e doveri, di amore al proprio popolo. C'era la tregua allora, e fui fatto viaggiare bendato per chilometri nella neve, onde non scoprire dove mi sarei recato. Karadzic era famoso, specie per la sua folle capigliatura. Mi disse che la sua parrucchiera era cattolica, poi si fece serio e disse che dopo la fine della guerra ci sarebbero stati molti suicidi, perché tutti avrebbero guardato in faccia l'orrore a cui avevano assistito, ma specialmente i vecchi non l'avrebbero sopportato. Esattamente ciò che si è verificato.

Accolsi con scetticismo la proposta di processare i capi sconfitti. Mi pareva il solito rito. Colpevoli sono sempre quelli che la storia sancisce per tali, poi passano i giudici e si adeguano. Stavolta, almeno sulle responsabilità in quanto tali dell'intera guerra, non si è caricato su Karadzic questo peso mostruoso di 100mila morti e di due milioni di sfollati. Bisogna esaminare ordini precisi, raccogliere e rovesciare sul tavolo prove. Questo è giusto. Meno giusto che non siano chiamati a rispondere di quei morti i potenti colpevoli di aver lasciato uccidere gli inermi, in attesa di capire come spartirsi i Balcani. Giovanni Paolo II venendo a Sarajevo nel 1997 propose “il perdono come proposta politica” come sola via d'uscita dalla spirale dell'odio. Non vuol dire lasciare impuniti i delitti, ma sapere che, se non si rinuncia alla legge biblica dell'occhio per occhio dente per dente, alla fine non resteranno né occhi né denti. 

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