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RIVOLTA AL BECCARIA/ Se non basta una regola a salvare quei ragazzi sperduti

(Infophoto) (Infophoto)

Il comandante mi dice: “Insegniamo a rispettare le regole. Certo se lo stato non le rispetta per primo con i ragazzi è più difficile essere creduti”. Mi fa vedere il cortile da cui si vede che metà edificio è reso inagibile da un cantiere per la ristrutturazione. Gli chiedo i numeri del carcere minorile. Era abilitato per 46 ospiti. Da quando ci sono spazi dimezzati la capienza si è ampliata a 60. E non si mantengono le promesse contenute nei regolamenti, con gli orari garantiti.

É tutto così difficile. Non esistono percorsi sicuri. I carceri per i minori non dovrebbero esistere, ma essere tutti consegnati in comunità dove ritrovano i fondamenti di una vita buona. Ma al Beccaria ci sono ragazzi che sono fuggiti da lì. “Il Don Chino è bravo ma è troppo duro, non riesco”.

Torna la domanda. Sono solo le regole quelle che devono apprendere e seguire? Anche lo Stato deve semplicemente rispettare le regole? (Certo nel caso dello Stato sarebbe un buon inizio...)  Io non credo. É qualcosa di più quello di cui abbiamo bisogno, e di cui loro per primi hanno bisogno. Non sono ragazzi perduti. Sono ragazzi sperduti. Seguono spesso le orme dei genitori, e la famiglia non c'è più. Sono immigrati di seconda generazione, con l'accento bresciano. Slavi di Quarto Oggiaro. Di certo senza che la società entri qui, e non solo come volontariato, ma come proposta educativa di adulti armati di pazienza e di severa bontà, applicando la sussidiarietà persino nelle prigioni minorili, non se ne esce. E se se ne esce, poi ci si ricasca. 

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