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RIVOLTA AL BECCARIA/ Se non basta una regola a salvare quei ragazzi sperduti

L'onorevole RENATO FARINA racconta il suo viaggio nel carcere minorile Beccaria di Milano il giorno dopo che le gesta del "Piccolo Vallanzasca" sono finite su tutti i giornali e in tv

(Infophoto)(Infophoto)

Esistono persone che da una vita si dedicano ai ragazzi finiti nel carcere minorile. Non ho certo il diritto di tirare conclusioni su quel che va bene e male nel sistema. Spesso però la verità si manifesta quando si è impreparati e perciò forse per sbaglio si lasciano aperte le finestre perché entrino in casa sciami di realtà. Così per me.

Da deputato visito le carceri, anzi i carcerati, secondo una prerogativa assegnata dalla legge. E' un modo per impedire la smemoratezza. Sabato notte sull'iPad è apparsa la notizia di una “rivolta” al Beccaria di Milano. Ho detto: come mai non ci sono mai andato, corro lì. La domenica pomeriggio ho bussato, ho esibito la tessera senza preavviso. Il comandante Nico Costa sta in questo istituto da nove anni, sta in borghese per non turbare troppo i ragazzi. Siamo andati subito nei locali dove stanno i ragazzi del primo gruppo, i nuovi arrivati, da dove sono partite le proteste. “Hanno incendiato lenzuola, urlavano”  mi hanno spiegato nei corridoi Luca e Valerio che invece sono del gruppo degli “avanzati”. Non nel senso di avanzi di galera, ma perché il loro percorso li ha condotti in pratica a essere ospiti di questo edificio senza avere più chiusa alcuna porta, tranne quella per uscire fuori, ovvio. “Urlavano perché si fa così anche fuori, si grida, si va in giro a far casino. Poi si sono calmati e siamo andati da loro ad aiutarli a pulire i locali mezzo affumicati”. Mi colpisce che si capisce che questi due hanno imparato qualcosa di essenziale. Non sono le regole, è qualcosa di più. Che cosa? Io non so bene come definirlo, ma entrando dai ragazzi si capisce. É quella cosa che si cerca da ragazzi, ed è la speranza di cominciare qualcosa di meraviglioso. Incontrando un uomo adulto che ti accompagna a dare il nome vero delle cose e ha fiducia.

Suoniamo il campanello. C'è un agente in borghese. I ragazzi sono a torso nudo, con le spade da samurai tatuate sulle braccia, bergamaschi, tunisini. Mi dicono ci sia anche il quattordicenne che i giornali e soprattutto le televisioni  hanno appena dipinto come il “Piccolo Vallanzasca”, una specie di mito del crimine infantile, quello che avrebbe scatenato la ribellione (che non ha fatto danni né feriti, e non ci sono state ritorsioni). C'è un fuoco giovane, accettano tutti di parlare, mi fanno domande cui non so rispondere. Una ad esempio: “Le camere (qui si chiamano camere, ma sono come celle, ndr) dovrebbero restare aperte il pomeriggio dalle 15 e 30 alle 18 e 30. Ma gli assistenti (agenti, ndr) mancano. E finiamo per essere quasi sempre chiusi. Lei va via e come deputato risolve il problema? Se no, che deputato è...”. “Ci siamo arrabbiati perché gli altri gruppi hanno il computer con la play station e gli x-box e a noi non li danno”. Un altro lo prendono in giro perché ha rubato una bicicletta, e non si era accorto della telecamera che lo filmava. “Bel pirla”, gli dice uno, “ma metterlo dentro per una bicicletta... Mentre altri rubano di tutto e sono sempre fuori”. Allora un terzo corregge: “Non conta il valore, conta che non si dovrebbe rubare”. Molti dicono di essere innocenti, mi dicono: “Lei che è un onorevole, parli con i giudici e ci aiuti”. Un altro: “Non vede come siamo stretti?”. Ancora: “Sono stato fuori un anno, non ho trovato lavoro e non me ne hanno trovato. Non si fidano. Un anno a far niente e ci sono ricascato”.