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CASO SALLUSTI/ Farina: vi spiego perché non ho detto nulla fino a ieri

Renato Farina (InfoPhoto)Renato Farina (InfoPhoto)

Per me, però, una questione decisiva è stata piuttosto un’altra. L’ordine dei giornalisti nel gennaio 2006 svolse un’indagine per scoprire chi si celasse dietro la firma Dreyfus. Sospettava fossi io. Se avesse accertato questa identità, mi avrebbe impedito di esprimere la mia opinione e avrebbe sanzionato il direttore che me lo consentiva. Sallusti sostenne che Dreyfus era un nome collettivo, come Elefantino per il quotidiano Il Foglio. Egli fece questo per amore della mia libertà e della mia persona, tutto per consentirmi libertà di opinione, di pensiero e di scrittura in cui vedeva coincidere la mia passione per la vita.

Si espose sempre per questo in tutti questi anni. Così si espose in seguito, dandomi ospitalità su Libero, da lui diretto, stavolta con il mio nome e cognome ed essendo per questo punito dall’ordine dei giornalisti di Milano con due mesi di sospensione.

Con questi precedenti ero certo, smentendo Sallusti, di causargli ulteriori guai presso l’ordine dei giornalisti della Lombardia per le affermazioni fatte nel 2006 da Dreyfus (e ci sono precedenti palesi di questo atteggiamento). Ho così confidato fino all’ultimo nella remissione della querela da parte del magistrato, fino all’ultimo istante. Non è accaduto. Sallusti intende affermare, costi quello che costi, un principio. Ora spero che quanto detto possa contribuire ad impedire un obbrobrio, consentendogli però di affermare questo principio.

Una sentenza emessa in nome del popolo italiano non può basarsi su un falso storico e, quando accade, questa sentenza va corretta. Sallusti non ha scritto quell’articolo. Se qualcuno deve pagare per questo, sono io.

 

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