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ALDO MORO/ Farina: i miei dialoghi con Andreotti e Cossiga e i misteri chiusi nei loro silenzi

Tutti i partiti hanno firmato la proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Il commento di RENATO FARINA

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La proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta è stata firmata da autorevoli deputati di ogni partito. Vuol dire: 1) che c’è una esigenza enorme di verità; 2) che si arriverà a impilare un milione di fotocopie e a spandere una grande confusione, poiché questi sono i risultati ottenuti sinora dalle Commissioni di indagine siano state sulle Stragi o sulla P2 o sulla Mitrokhin. In realtà, le inchieste strappano al mare e dispongono sulla spiaggia molte conchiglie, poi l’ondata delle interpretazioni e degli a-chi-giova le trascinano di nuovo negli abissi. Spero che qualche anima onesta riesca almeno a mettere in salvo qualche conchiglia e forse qualche stella marina dal risucchio della marea. Sono certo che - se si scaverà con lealtà e cura - accanto a trame torbide e sanguinose, emergeranno gesti nobili e sacrifici impensabili.

Intanto alcune considerazioni. Una nota di tristezza. Questa decisione nasce dopo la rivelazione di alcuni artificieri che improvvisamente, a Cossiga morto e sepolto, si ricordano e denunciano la sua presenza “senza stupore” in via Caetani, accanto al corpo crivellato di Moro parecchie ore prima del ritrovamento ufficiale. La commissione dunque appare nascere sul sospetto contro la persona di Cossiga, e questo se vero sarebbe ingiusto e vigliacco. Sarà opportuno allora spazzare via questo fango a orologeria, e chiarire da parte dei promotori dell’iniziativa che “post hoc” (dopo ciò) non vuol dire assolutamente “propter hoc” (a causa di ciò).

Ho avuto una grande fortuna: l’essere stato accanto a tre immense personalità, sia pure in ambiti assai diversi, ma tutte cristiane e davvero amiche: don Giussani, Andreotti e Cossiga. I ricordi di Moro, lo sanno tutti e ci mancherebbe, erano vivissimi e hanno cambiato la vita di Andreotti e Cossiga. Ma anche don Giussani (che era molto amato da Moro, il quale indirizzò a lui Cossiga) ne soffrì e ci rifletté molto. Dieci anni dopo i fatti, in una intervista per il Sabato, parlando del tempo di Paolo VI, senza essere sollecitato da alcuna domanda specifica, se ne uscì così: “Ci fu l’uccisione di Moro. Ricordo con commozione la preghiera per l’amico morto. L’unica parola davvero sincera che abbiamo udita in quell’epoca. L’unica ed ancora adesso la fine di Moro rimane un enigma altamente equivoco. Paolo VI disse la parola cristiana. A dire quella parola non si sbaglia mai”. (“Un caffè in compagnia”, Rizzoli, 2004).

La fine di Moro rimane un enigma altamente equivoco. I lunghi colloqui che ebbi con Andreotti e Cossiga non valsero a risolverlo, anche se entrambi preferivano acquietarsi - senza riuscirci - nella considerazione che erano state le Brigate Rosse, punto e basta. Andreotti insisteva molto sull’impossibilità di aprire trattative per salvare “uno di noi”, un politico cioè. Cercò in ogni modo di aiutare - mi disse - la via vaticana alla salvezza dell’“amico Aldo Moro”, con monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, che aveva preparato un riscatto di forse cinque miliardi da consegnare a nome di Paolo VI. Il tentativo si schiantò all’ultimo istante sull’evidenza della morte di Moro.