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DIARIO SERBIA/ Un'alluvione che sfida la nostra indifferenza

Belgrado, capitale della Serbia (Infophoto)Belgrado, capitale della Serbia (Infophoto)

Molte nostre imprese hanno messo le tende in Serbia. I serbi ci tengono a spiegare: da noi non si de localizza, si internazionalizza. Senza la fabbrica Fiat in Serbia, non lavorerebbero le ditte che producono i motori e altre componenti poi montate lì. L’Italia sono i primi partner commerciali, sia in export che in import, di Belgrado.

La cultura italiana è amatissima. La civiltà cristiana ortodossa incide ancora nella vita delle famiglie. Come si è capito ne sto parlando con affetto personale, come qualcosa di famiglia. Il fatto è – si scuserà l’inciso personale – per novanta giorni a Belgrado, da cronista, ma ho visto i missili corrermi sulla testa, sperando che cascassero più in là, magari a colpire una fabbrica o a cadere nel Danubio, ma non dove stavo io. Trascrivo dal mio quaderno un appunto di quando attraversai il confine tra Croazia e Serbia e fui trattato, giustamente, da nemico. Eppure era chiaro a me e all’ufficiale gigantesco che mi aveva esaminato, fermato, rinchiuso, sequestrati i miei quaderni: non eravamo nati per odiarci. “Perché mai dovevamo odiarci io e questo signor capitano o colonnello serbo? Nella realtà è impossibile guardare uno che non hai mai visto proprio negli occhi e decidere che quello viene da te per uccidere te e la tua famiglia. Invece no: è la realtà della guerra. La guerra uccide i bambini e gli innocenti, ma un attimo prima di versare sangue, essa distrugge quel legame imponderabile e fortissimo per cui tu e io, che non ci siamo mai visti, parliamo lingue diverse, però sappiamo di essere fratelli. Che magari si stanno un po’ sulle scatole, o si guardano con indifferenza, come capita nei migliori ambienti. Però fratelli. In guerra no. Anzi, mi correggo. Ti viene in mente che a casa tutti ti vogliono (più o meno) bene. Vorresti farlo sapere. Invece, chissà perché, in uno strampalato rigurgito di dignità, l’unica cosa che ho nascosto, e ce l’ho fatta, è stato il pacchetto di fotografie delle persone che amo”.

Ancora: “Questo è accaduto per tre ore, dalle quattro alle sette del pomeriggio di un venerdì santo (ortodosso) di possente bellezza, pochi metri dentro la Serbia, a Sid. L’immensa pianura pannonica, percorsa dal Danubio, pareva l’Eden. I ciliegi e i peschi in fiore, tutt’intorno, sembravano essere stati pettinati un attimo prima dagli angeli. Un roseo albicocco faceva la sentinella disarmata a un mondo fanciullo di Pasque lontane. Ma la guerra è orribile. Essa penetra, oltre che nelle viscere di chi muore, dentro il cuore di chi non sa chi morirà e come potrà vivere dopo questo”.  


COMMENTI
22/05/2014 - Grazie alle info di Farina. (claudia mazzola)

Ma perchè al tg non ci informano di queste cose? Va bè uno dice:e dopo che ti abbiamo informato? Almeno posso pregare per loro! Io ci credo e dico a Maria Ausiliatrice quello che gli ha detto don Bosco "E allora, incominciamo a fare qualcosa?"