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IRAQ/ La lettera di Francesco all'Onu? Proprio come San Wojtyla

Per RENATO FARINA, la posizione di Papa Francesco nei confronti di un’ingerenza umanitaria in Iraq è molto simile a quella di Giovanni Paolo II quando si trattò di intervenire in Bosnia

La basilica di San Pietro (Infophoto)La basilica di San Pietro (Infophoto)

La lettera di Francesco all'Onu è un atto fortissimo, perché insieme è formale e commosso. Dal secchio dove la Chiesa raccoglie il dolore del mondo, il Papa rovescia ai piedi dei potenti del mondo “le lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei cristiani e di altre minoranze religiose dell’amata terra dell'Iraq”. Trae da quello strazio l'obbligo morale e giuridico di un intervento corposo, materiale, attivo, insomma militare (anche se non usa questa parola). Scrive proprio il verbo “costringere”, non c'è spazio per l'interpretazione riduttiva. Queste lacrime e sofferenze “costringono la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto ciò che le è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”. Fare tutto!

Che cosa fa il Papa? Chiede la guerra? Ma non è stato proprio lui pochi giorni fa a ripetere le parole dei suoi predecessori sulla “inutile strage” e che con la guerra “tutto è perduto”?

Quello che chiede il Papa è in realtà in perfetta linea con San Giovanni Paolo II. Nessuno come Papa Wojtyla agì per evitare scontri armati e “aggressioni” militari. Chiamò “aggressioni” quelle che Stati Uniti e Nato operarono contro l'Iraq nei decenni scorsi, a partire dal 1991. Eppure il pontefice polacco è colui che ha coniato il principio di “ingerenza umanitaria” o di “intervento umanitario”. Lo fece nel 1992 dinanzi alle stragi di innocenti a Sarajevo. Lo ripeté instancabilmente, e fu ascoltato purtroppo solo dopo l'orribile strage di Srebrenica del luglio 1995, quando il contingente olandese dell'Onu assistette con le mani in mano allo sterminio di 8.371 musulmani (e un cattolico, ho visto la croce isolata e bianca nel cimitero).

A quel punto si preparò l'Operazione Forza Deliberata (in inglese Operation Deliberated Force) che fu condotta nel settembre dalla Nato contro le forze della Repubblica Serba di Bosnia. In pochi giorni si arrivò alla pace di Dayton. Il Papa spiegò molto bene quel che chiedeva, e con quale cuore lo faceva, numerose volte. Andrea Tornielli in Vatican Insider ha fatto i conti: nei suoi discorsi e appelli per la pace, Karol Wojtyla ha parlato della Bosnia 263 volte, soprattutto durante la guerra (1992-95). Ero sull'aereo che portava Giovanni Paolo II in Giamaica, nell'agosto del 1993, quando noi giornalisti ci facemmo intorno e gli domandammo: Santità, che cosa pensa dell' eventuale bombardamento Nato delle postazioni serbe attorno a Sarajevo?

Rispose San Giovanni Paolo (ed è bene la trascrizione letterale): “Questa domanda riguarda piuttosto le persone politiche. A me non hanno chiesto un parere. Però non sarebbe neanche utile chiedere questo al Papa. Perché c'è una responsabilità propria del pastore e una responsabilità propria dei capi politici. Allora essi devono prendere la loro responsabilità. Poi i pastori cercheranno sempre di mantenere i loro principi, principi della convivenza e dell' ordine morale tra le persone, tra i popoli, nella giustizia internazionale. Ma l'applicazione dei mezzi politici e militari è una cosa che appartiene agli altri”.