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IL CASO/ Ammar, il jihadista italiano che "incanta" Repubblica (e noi)

Militanti dello stato islamico (Immagine d'archivio) Militanti dello stato islamico (Immagine d'archivio)

Nella sua quieta narrazione, sostiene di essere andato in Siria a difendere i civili. E quelli dello "Stato libero" che scannano i cristiani, e sequestrano e vendono come schiavi le donne e vogliono la conversione pena la morte? Nessuna domanda. Nessuna risposta. 

Se ne sta in un bar di Cologno monzese a giocare a carte, non ha paura di arresti. Spiega che Jihad "vuol dire esercitare il massimo sforzo", non guerra. Ed è "una causa giusta".

Sulla prima pagina di Repubblica c'è questo titolo: "La trincea dei missionari. Così combatte l'esercito della bontà". Ho francamente pensato che fosse il richiamo di prima pagina a questo "racconto" fiabesco. Chi è più buono di Ammar, chi è più missionario di lui? Per fortuna, sulla medesima Repubblica appare la testimonianza di felicità nel dolore e nell'inermità offerta da chi come le suore trucidate in Burundi versa il proprio sangue, non quello degli altri. Ma siamo consapevoli che questa è la strada? Che lì c'è la nostra identità? Io sono certo che ciascun uomo, di certo anche Ammar, meriti di avere voce e di incontrare chi dialoghi con lui. Anche con empatia, perché no. Suor Lucia, suor Olga e suor Bernardetta, le tre saveriane assassinate, non avrebbero esitato a ospitarlo. Ma il male va chiamato con il suo nome. Non si afferma una fede con la violenza, un Paese non può ospitare come niente fosse e magari dare asilo politico a chi milita, con molta abilità mimetica, non c'è dubbio, tra i tagliatori di teste.   

Ancora. Che cosa ha da opporgli la grandissima maggioranza dei musulmani in Italia, considerati moderati? Ci piacerebbe saperlo. Concordano? Vale la domanda che ieri su Il Fatto quotidiano ha posto Mimmo Lombezzi: ""Perché di fronte ai sacrifici umani dell'Isis le esecuzioni, le lapidazioni delle donne e la cacciata dei cristiani, … perché i musulmani non scendono in piazza? Perché non urlano che la loro fede non ha nulla a che vedere con i tagliagole?".

Come opporsi alla calma sicura e guerriera di questo islam violento? Viene in mente una frase di un grande prete. Non la virgoletto per rispetto: loro arriveranno con le scimitarre, li fermeremo con i nostri canti. Cioè sarà più forte il fascino della bellezza, gli uomini alla fine sterminano, uccidono, occupano, ma non riescono a soffocare questo canto. Questo non significa essere imbelli. Bisogna far valere i diritti, ma la forza di Cristo è mille volte Maometto: questi ha versato il sangue degli altri, Lui il suo sangue. 

L'occasione è propizia per rileggere insieme il testamento di un grande martire cristiano, assassinato dagli sgozzatori jihadisti algerini (con ottimi agganci a quel tempo con la moschea milanese di viale Jenner).