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ATTENTATI PARIGI / Non una pace a pezzi, ma la testimonianza di Aleppo

Un attacco terroristico senza precedenti insanguina la Francia: obiettivi multipli, almeno 140 morti. La rivendicazione è dello stato islamico. Il commento di RENATO FARINA

Parigi nella notte (foto Afp)Parigi nella notte (foto Afp)

Non c'è bisogno di scrivere che la situazione è in movimento. In guerra niente è concluso, salvo la morte di quelli che giacciono a terra. Non si tratta di un attentato terroristico, ma di un attacco concentrico di una potenza nemica contro l'Europa, colpita in una delle sue capitali. Ci è voluto del tempo, questa notta perché si avesse il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e questo dice la totale impreparazione dei nostri popoli a capire in che guai siamo. Si chiama stato islamico, e il marchio è il grido "Allah è grande". Non siamo più al tempo della strategia di Bin Laden e di Al Qaeda. Quegli assassini operavano con tecniche micidiali, ma con l'obiettivo di umiliare l'Occidente colpendo dei simboli. Invece i jihadisti del nuovo tipo agiscono con tecniche militari da guerriglia urbana. In contemporanea si muovono con mitra e granate, per prendere possesso della vita quotidiana seminandovi vittime come in un sacrificio umano di una religione spaventosa.

C'è una regia evidente coordinata da fuori della Francia ma con nodi di comunicazione che attraversano tutta l'Europa. Ci domandiamo: questa "guerra mondiale a pezzi" (Francesco) come può essere fermata? Di certo non come si sta facendo ora. Il famoso controllo totale delle comunicazioni in rete attraverso satelliti che captano anche i sospiri nelle cantine si palesa come una boutade. I servizi segreti americani e della Nato riescono a contare i peli della barba dei passanti, ma com'è possibile che decine di persone armate abbiano potuto sconvolgere Parigi, spostandosi, scegliendo guerriglieri, sincronizzandosi, e non si sia stati capaci di interferire?

Com'è ovvio i pensieri, mentre il sangue è caldo e il pericolo ancora incombente, cercano vie d'uscita che non sia una risposta di guerra alla guerra portataci in casa. E non se ne trovano. I cosiddetti statisti radunati nei vari G7 e G20 non hanno saputo trovare quelle alleanze e quel coordinamento indispensabile per non lasciare mano libera al terrore. Sono ripiegati sul cosiddetto interesse nazionale, senza capire che oggi l'unico interesse nazionale è smetterla di puntare sul primato o sul vantaggio di posizione del proprio Paese per votarsi a una causa globale.


COMMENTI
14/11/2015 - Su cosa siamo d'accordo? (Alberto Pennati)

Siamo d’accordo sul fatto che ci è stata dichiarata guerra? Siamo d’accordo che è alimentata dall’islam? Siamo d’accordo che ci sono interi stati islamici che l’appoggiano? Siamo d’accordo che le nostre frontiere vanno difese ed al momento immediatamente chiuse? Siamo d’accordo che gli stranieri ora in galera vanno rispediti ai loro paesi? Siamo d’accordo che chi appoggia questi assassini va espulso? Ognuno ci pensi bene prima di darsi una risposta. Prima però rifletta se finora non si sia nascosto dietro tanti discorsi inutili e NON DI BUON SENSO che i ricattatori subdoli moralisti (leggasi politici che guidano l’ITALIA, dall’altro della loro “intoccabilità fisica”, protetti da tutte le parti) propinano al nostro Paese (come molti altri che oggi si dicono indignati, ma che non fanno nulla per toglierci dal centro del mirino). Ed anche se sia il caso di continuare a NON USARLO IL BUON SENSO. QUELLO CHE CI PERMETTERA’ DI CONTINUARE A VIVERE (gli immigrati aiutiamoli a vivere dignitosamente nel loro paese, non da fannulloni o, ancora peggio, da schiavi del crimine nella nostra ITALIA!!). Se non interessa a noi, FACCIAMOLO PER I NOSTRI FIGLI.