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PAPA A SARAJEVO/ Lui porta la pace, l'Europa parla ancora di diritti (come Mladic)

Papa FrancescoPapa Francesco

Dunque, quasi quasi, conviene a tutti che regni il dissidio, così restano i soldati dell'Onu e i benefici conseguenti. Le grandi sovvenzioni di un'Europa che si sente in colpa per non aver fermato le stragi non alimenta sviluppo ma corruzione. Sono stato in quel Paese come osservatore per le elezioni politiche. Il regime che si è instaurato non è democratico pluralista, ma islamico. C'è libertà di culto. Ma la vita pubblica, le leggi, l'educazione sono a forma coranica. Non c'è una vera pace, perché non c'è giustizia.

Detto questo, guai a dimenticare gli eccidi. Sono stato a Srebrenica: il cimitero è una sequenza tremenda e geometrica. Ci sono migliaia di tombe islamiche e una piccola croce. Tra le migliaia di musulmani uccisi a sangue freddo (8mila) finì infatti nel mucchio degli assassinati anche un cattolico croato. Ho visitato l'hangar dove se ne stavano, senza far niente, i militari olandesi dell'Onu. Tanti pensieri percorsero allora la mia mente. Pochi mesi prima dell'eccidio, avvenuto nel luglio del 1995, mi ero incontrato con quelli che saranno poi accusati di questa immane strage. E cioè il generale Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Non vidi in loro nessun lampo di follia o di volontà criminale. Ragionavano di diritti e doveri, di amore al proprio popolo. C'era la tregua allora, e fui fatto viaggiare bendato per chilometri nella neve, onde non scoprire dove mi sarei recato. Karadzic era famoso, specie per la sua folle capigliatura. Mi disse che la sua parrucchiera era cattolica, poi si fece serio e disse che dopo la fine della guerra ci sarebbero stati molti suicidi, perché tutti avrebbero guardato in faccia l'orrore a cui avevano assistito, ma specialmente i vecchi non avrebbero sopportato. Esattamente ciò che si è verificato.

Ora il Papa arriva a Sarajevo. Cerca la pace qui. Nel 1914, un secolo fa, fu qui che scoccò la scintilla della prima guerra mondiale. La sanguinosa guerra degli anni Novanta tra serbi, musulmani e croati è stata congelata dagli accordi di Dayton del 1995, ma a prezzo della creazione di una burocrazia elefantiaca che soffoca il Paese. E così, spente le luci sul centenario della prima guerra mondiale, la Bosnia rimane al palo della crescita, mentre sotto la cenere cova il fuoco della protesta. C'è un fossato quasi invalicabile, anche se non ci sono frontiere formali, tra la Sarajevo musulmana e quella serbo-ortodossa. Altre immagini sono però cariche di speranza. C'è la scuola cattolica “Sveti Josip”, unica realtà multi-etnica della capitale, accoglie studenti delle tre confessioni religiose. Nell'incontro, nella “convivialità” non nel dialogo astratto a tavolino, ma a tavola, è possibile trasformare la richiesta di perdono e di giustizia in realtà di misericordia vissuta nella condivisione.  


COMMENTI
04/06/2015 - Pace e bene (claudia mazzola)

Grazie Renato Farina, è sempre un piacere leggere quello che scrive.