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CASO MARO'/ Perché Delhi non indaga sulle colpe della polizia indiana?

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Dopo di che, quando i nostri due marò hanno avuto una licenza di rientro, si è messa davanti la ragion politica su quella umanitaria e dei diritti fondamentali e li si è rispediti in India, in balia di una giurisdizione che a parole non riconoscevamo.

Finalmente, dopo quattro anni, eccoci al primo passo.

L'India rifiuta di lasciar rientrare in patria, nell'attesa di una decisione che richiederà 4 (quattro!) anni, Salvatore Girone (Latorre è a casa per ragioni di salute). Ed è un fatto prevedibile ma ugualmente sconcertante. Un uomo non può essere dato in ostaggio, quale pegno, in attesa di una decisione di arbitrato internazionale. Questa cosa si usa tra briganti, non nel concerto delle nazioni.

A questo punto davvero conviene giocare le carte della forza diplomatica. E' in corso una trattativa complessa tra Unione Europea e India, e l'Italia può porre veti, e non sarebbero ripicche, ma la conseguenza della dimostrazione dello spregio dei principi basilari della civiltà che New Delhi sta esibendo all'Aja. Ancora, l'Italia può impedire l'accesso all'India a un importante strumento internazionale sugli armamenti atomici.

Vale anche qui il principio del diritto, e l'uso della forza diplomatica dev'essere praticato senza scrupoli. C'è in ballo il destino di una persona e della sua famiglia. Ed è pure questione del rispetto dell'Italia per se stessa e la sua gente.

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