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ATTENTATO A MONACO/ La misericordia di Francesco ha bisogno di "missionari" nuovi

Il fast-food di Monaco in cui è cominciato tutto (LaPresse)Il fast-food di Monaco in cui è cominciato tutto (LaPresse)

In queste ore, non conosciamo l'origine specifica di questo attentato. I titoli dei giornali usciti nella notte non hanno osato pronunciare l'attributo "islamico" accanto al sostantivo "terrorismo". Ci sono elementi inquietanti nella coincidenza simbolica con la strage norvegese di Utoya accaduta esattamente cinque anni fa, dove furono uccisi 77 giovani da un estremista di destra, Anders Breivik. Ora pare che uno degli attentatori abbia rivendicato con orgoglio di essere tedesco e abbia maledetto i "fottuti turchi". Come dire: io non sono straniero, ho il pieno di diritto di fare il mestiere dell'assassino in casa mia.
Che assurdità abominevole. Ma è identicamente orribile se — come ha raccontato una testimone — il commando ha iniziato la carneficina urlando "Allah Akbar!". Che differenza c'è per chi piange i suoi morti?
Questa stessa altalena di ipotesi spiega molto bene che il nostro mondo è in balia di forze mostruose. Che di certo chiedono alle autorità misure di difesa meno gracili e impotenti del presente. Non è questione di far girare più autoblindo, ma di smetterla di litigare tra Paesi europei che non si passano le informazioni di intelligence, e non hanno la forza di accordarsi per una strategia comune. Istituendo anche corsi, come in Israele, di educazione alla reazione da avere in presenza di aggressioni terroristiche.
Di certo, rispetto a quel che accade, le polemiche meschine e personalistiche di casa nostra, le beghe di partito e di fazione, emergono per quel che sono: miseria, paccottiglia. Anche in politica, oggi più che mai, c'è bisogno di autorità naturali magnanime, con l'anima grande, che vedano oltre i conti della propria botteguccia, e sappiano radunare non masse indistinte e paurose, ma un popolo consapevole della sua storia e del suo desiderio di una vita buona.

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