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TERREMOTO CENTRO ITALIA/ La domanda sul dolore insensato e la "risposta" di don Camillo

Ha ragione Romano Prodi a dire che i terremoti non sono colpa nostra, e i morti però spesso sì. Ma la domanda sul dolore innocente resta, l'enigma si ripresenta ogni volta. RENATO FARINA

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Ha ragione Romano Prodi a dire al Meeting di Rimini che i terremoti non sono colpa nostra, e i morti però spesso sì. La domanda dunque sul perché del dolore innocente resta, l'enigma si abbatte su di noi ogni volta, ma non è mai alibi per assolverci dall'incoscienza o per non additare l'irresponsabilità permanente che governa questo Paese da troppo tempo. E dire che gli investimenti infrastrutturali che l'Unione Europea ha nascosti nel suo cervello, sempre idee, mai realizzate, potrebbero in Italia diventare uno strumento magnifico per abbinare in questo nostro Paese dalle terre ballerine, sicurezza e lavoro, cura delle persone e prosperità.
Ma tutto questo bel discorso dice poco o nulla al nostro cuore e alla nostra commozione di fronte a questo evento. Ci sono fotografie, filmati, grida che straziano. L'immagine che resta più impressa e lascia sgomenti è quella della donna straziata dalla pena, che ha una posa che ricorda la Madonna con il Cristo morto in braccio. Può soccorrere solo il poeta che vede oltre il ghiaccio opaco della tragedia. Quella donna è il tu che ci è caro, ma siamo noi tutti, bisognosi di qualcuno che ci voglia bene e ci dica: va avanti. La morte non è l'ultima parola. Scrive Ungaretti per noi: "Mi riconosco immagine passeggera, presa in un giro immortale". È ancora il grande Giovannino Guareschi, che mette in pagina dinanzi al disastro dell'alluvione che tanti morti ha fatto intorno al grande fiume, il Po, questo discorso di don Camillo: "La porta della chiesa era spalancata e si vedeva la piazza con le case annegate e il cielo grigio e minaccioso. 'Fratelli' disse don Camillo 'Le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse ritorneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E, se alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa'. Don Camillo parlò a lungo nella chiesa devastata e deserta e intanto la gente, immobile sull'argine, guardava il campanile. E continuò ancora a guardarlo e, quando dal campanile vennero i rintocchi dell'Elevazione, le donne si inginocchiarono sulla terra bagnata e gli uomini abbassarono il capo. La campana suonò ancora per la Benedizione. Adesso che in chiesa tutto era finito, la gente si muoveva e chiacchierava a bassa voce: ma era una scusa per sentire ancora le campane".
Siamo stanchi di tutto questo male contro cui certo le parole non bastano, nemmeno quelle dei poeti. Ma ora ci tocca andare vicini a quella donna che sta immota davanti alle macerie. Prenderle la mano, Gesù direbbe, anzi dice: "Donna non piangere".

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