Milano
martedì 1 dicembre 2009
«Sul Parco Sud c’è una lotta tra un atteggiamento ottuso e vincolistico - tutto deve restare così com’è - e un immobiliarismo che pecca anch’esso di cecità - cerchiamo di costruire di più. Queste sono due posizioni superate, non contemporanee, che sono speculari e si sorreggono a vicenda». Continua il dibattito sul Parco Agricolo Sud Milano. Dopo Gioia Gibelli e Dario Casati, interviene Stefano Boeri, architetto e urbanista.
Professor Boeri, perché è così difficile spiegare cos’è e cosa dev’essere il Parco Sud?
È un territorio con caratteristiche uniche nel suo genere. Non è un pezzo di natura, ma nemmeno un pezzo di città. È un paesaggio fortemente antropizzato, ma con una densità volumetrica bassissima, e con un grado di permeabilità per fortuna ancora molto esteso. È l’esito delle bonifiche realizzate ad arte nel periodo medievale, e di un’opera continua di colonizzazione del terreno. Ma anche della distruzione di ettari ed ettari di bosco, per fare spazio ad un’agricoltura che storicamente ha avuto diverse fasi.
E oggi a che punto ci troviamo?
Domina un’agricoltura estensiva, quasi monoculturale perché prevalentemente cerealicola: mais e riso. Poi qualche prato, pioppeti, e poco altro. È l’esito di una mentalità riduzionistica. Il Parco Sud polivalente, quello con diverse essenze e tradizioni, si è pian piano tradotto in un ambiente a scarsa biodiversità.
Quali sono le cause di questa involuzione?
Il Parco è stato gestito dai proprietari dei terreni come uno spazio sul quale incombevano forti aspettative di tipo edilizio. Questo spiega il ricorso alla monocultura cerealicola, che richiede meno forza lavoro, è sbrigativa e garantisce bassi costi di manutenzione. Così il vincolo ha rappresentato il vantaggio e insieme il limite del Parco. Il vantaggio perché se non si fosse intuita la straordinaria potenzialità di questa risorsa venti o trent’anni fa, oggi non l’avremmo più. E il limite, perché ha consentito il codificarsi della monocultura, divenuta quasi una mentalità che ha “congelato” il Parco. Ma proprio questo è il suo elemento di maggior debolezza.
Perché?
Perché il Parco Sud è ormai inteso come una specie di grande radura priva di vita e di qualsiasi attrattiva per i cittadini della metropoli. Lo si attraversa in auto con altre destinazioni, oppure in certi periodi dell’anno quando i paesaggi diventano interessanti e val la pena di visitare cascine, abbazie e borghi. Ma rimane estraneo, non è oggetto di una reale esperienza, come lo è la città. E dopotutto, i cittadini di Milano lo frequentano? No.
Ma allora qual è la strada per la rinascita del Parco?
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