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DIBATTITO/ Milano, quel "cavallo di razza" che ha bisogno di fare senza dimenticare il suo paddock

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Ma queste sono solo considerazioni marginali che facciamo, rispetto al punto centrale in cui è centrato il destino e la storia di Milano. Questa benedetta città ha conosciuto i migliori periodi di splendore quando ha rispettato la sua vocazione, cioè la sua identità indelebile. Che è chiarissima: quella di portare sempre elementi di innovazione, magari andandoli a pescare in tutto il mondo, per poi calarli nella sua realtà, rispettando scrupolosamente, quasi con accanimento, la sua tradizione.

 


Se negli attuali licei della Repubblica si avesse l'accortezza di spiegare l'illuminismo francese ed europeo e poi, con una lezione a parte, l'illuminismo lombardo, si comprenderebbe che il milanese Cesare Beccaria, grande giurista, ma ancora più grande economista secondo Joseph Schumpeter, era certamente un "illuminista", aperto alla modernità e ai salotti parigini che se lo contendevano, ma era talmente cattolico, autentico "figlio" di Sant'Ambrogio e di San Carlo Borromeo, che avrebbe potuto essere scambiato per un fondamentalista.


È solo un esempio tra i tanti. Milano è cementata tra tradizione e innovazione. Quando questo "motore" si disperde o viene spento e messo in discussione, Milano perde la testa e si suicida per molti anni. Per fare qualche esempio, accadde così ai tempi degli eretici patarini fin nell'anno 1000. Poi ai tempi della "Colonna Infame". E poi, a fine Ottocento, quando il sindaco chiama il generale Bava Beccaris sui Bastioni di Porta Venezia. E ancora quando si frantuma il movimento socialista riformista e quello cattolico lasciando il "via libera" ai fascisti.



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