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DIBATTITO/ 3. Borghini: alla mia Milano serve un'alleanza tra Marcora e Mattei

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La vittoria di Giuliano Pisapia alle primarie milanesi del centrosinistra e le conseguenti dimissioni dei dirigenti locali del Pd hanno aperto un dibattito a sinistra. Secondo Gianpietro Borghini, che di Milano fu sindaco socialista negli anni Novanta, dietro a una decisione che dall’esterno sembra esagerata, c’è un disagio profondo dovuto all’incapacità della sinistra milanese di fare i conti con la propria storia e con le proprie tradizioni.

«Mi riferisco - dice Borghini a IlSussidiario.net - a una tradizione politico-amministrativa che, a partire da metà degli anni Settanta fino ai primi anni Novanta, si basava sull’alleanza del Partito Socialista, che qui aveva la sua “testa pensante”, con un Pci in cui dominava una componente più moderna, quella dei cosiddetti “miglioristi”. La sinistra aveva così rapporti proficui sia con la tradizione laica che con quella cattolica, che qui aveva grandi protagonisti del calibro di Mattei e Marcora. Per poter innovare quella tradizione occorreva però una riflessione storica che purtroppo non c’è ancora stata».

Quale lezione potrebbe ricavarne, secondo lei, la sinistra attuale?


Se si torna a quei tempi non si può non notare un’aderenza stretta ai processi di trasformazione sociale ed economica. Le faccio un esempio: il capoluogo lombardo in quegli anni era l’epicentro di un grande processo di trasformazione dell’economia. Ci fu una profonda riconversione dalla grande industria al terziario, ai servizi. Mentre a livello nazionale una figura dell’importanza di Enrico Berlinguer vedeva nella chiusura delle fabbriche e nella stagione del terrorismo i primi segni di una crisi imminente del sistema capitalista, a Milano la sinistra non chiudeva gli occhi, ma interpretava gli stessi segnali come l’inizio di una crisi di crescita e di trasformazione.

In che modo?



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