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DIBATTITO/ 1. Pillitteri: meglio la mia "Milano da bere" della "bella addormentata"

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Milano come città ha una immagine un po' appannata. Un tempo città industriale e fumosa e poi centro della contestazione, poi della Moda e dell'innovazione (anni Ottanta) e poi di Mani Pulite. Non è (più) un luogo dell'immaginario come Roma o Parigi o New York. A volte sembra non avere nemmeno un'identità.

Due epoche d'oro hanno ridato della città un'immagine forte e invidiata: gli anni Sessanta, o della ricostruzione, dell'immigrazione compiuta e del boom. E gli anni Ottanta, o della riappropriazione della città dopo il decennio degli anni piombo. Anni Ottanta come decennio della modernità e del grande cambiamento.

Nell'immaginario collettivo Milano aveva riconquistato un suo spazio preciso. Curiosamente, ma non tanto, la Milano del benessere dei Sessanta era ritrasmessa e incarnata nei caroselli ottimistici girati e prodotti nella città ambrosiana in una sua orgogliosa Cinecittà sul Naviglio, mentre si affermavano le tecniche del marketing più evoluto.

Quella degli Ottanta è una "nuova" città che un celeberrimo spot del geniale Marco Mignani, "Milano da bere", ispirato ai lavori in corso per la Linea tre della metropolitana, aveva rilanciato nel mondo in sintonia con la "Grande Mela " di New York.

Indicava, allo stesso tempo, l'evoluzione impetuosa della pubblicità che in un gioco di specchi rifletteva poster, spot, Drive In, paninari, modelle, yuppies, stilisti, bocconiani, Timberland, come soggetti di una grande rappresentazione che solo occhi superficiali e sommari potrebbero catalogare nell'effimero.



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