Milano
mercoledì 19 gennaio 2011
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Secondo alcuni Milano sta perdendo la sua anima aperta e dinamica. Diventa sempre meno accogliente e più brutta e tutti corrono pensando solo al lavoro e ai propri problemi. Questo affresco ignora le realtà che ogni giorno, silenziosamente, sono impegnate a dare una mano, andando incontro ai bisogni e cercando di mettere in piedi risposte concrete. Abbiamo sentito Claudio Bossi, che è il presidente de La Cordata, una di queste realtà che si ostinano ad affermare che un altro modo vivere Milano e di stare accanto ai ragazzi è possibile. Alla fine degli anni ‘80 un gruppo di scouts dell’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani della Lombardia fonda la cooperativa di solidarietà sociale La Cordata per gestire la sede “storica” della scoutismo lombardo: lo stabile di via Burigozzo a Milano. Quali sono stati i primi obbiettivi de La Cordata? Da subito abbiamo iniziato ad occuparci dei giovani partendo dalla questione abitativa e offrendo servizi per l’educazione. Abbiamo scommesso sulla possibilità di far vivere insieme ragazzi che avevano alle spalle percorsi difficili con universitari fuori sede venuti a Milano da tutte le regioni d’Italia. Un laboratorio relazionale nel centro di Milano. La questione abitativa è fondamentale perché vivere in un luogo e la qualità delle relazioni che si hanno con gli altri sono aspetti legati a doppio filo. Come ha funzionato? Mettere insieme ragazzi con esperienze così diverse ha avuto effetti positivi su tutti. I ragazzi fragili, alcuni dei quali avevano fatto l’esperienza del carcere o della tossicodipendenza, hanno avuto modo di uscire da un circolo vizioso relazionandosi per la prima volta con coetanei che avevano alle spalle un vissuto normale. I risultati positivi sono arrivati perché questi ragazzi hanno avuto modo di vedere con i loro occhi che un futuro diverso era possibile e a portata di mano. Dall’altra parte gli universitari fuori sede hanno potuto vivere esperienze importanti dove han potuto capire quanta soddisfazione possa dare coinvolgersi nell’aiutare gli altri. Sono oltre 600 i giovani che negli anni sono passati dalla nostra struttura e hanno tutti storie che varrebbe la pena raccontare. Una su tutte quella di una ragazza che, uscita dal riformatorio per reati di microcriminalità, è andata a vivere insieme ad un ingegnere idraulico. Dal vostro punto di vista di che cosa hanno bisogno i ragazzi?
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