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LA STORIA/ Oltre la "Milano da bere", c'è una cordata di 600 ragazzi "difficili" a cui piace vivere

È possibile un modo di vivere Milano per i giovani, diverso dalla frenesia lavorativa e dalla “Milano da bere”? Sì, come testimonia la realtà de La Cordata. Ce ne parla il presidente, CLAUDIO BOSSI

La Cordata La Cordata

Secondo alcuni Milano sta perdendo la sua anima aperta e dinamica. Diventa sempre meno accogliente e più brutta e tutti corrono pensando solo al lavoro e ai propri problemi. Questo affresco ignora le realtà che ogni giorno, silenziosamente, sono impegnate a dare una mano, andando incontro ai bisogni e cercando di mettere in piedi risposte concrete. Abbiamo sentito Claudio Bossi, che è il presidente de La Cordata, una di queste realtà che si ostinano ad affermare che un altro modo vivere Milano e di stare accanto ai ragazzi è possibile.
Alla fine degli anni ‘80 un gruppo di scouts dell’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani della Lombardia fonda la cooperativa di solidarietà sociale La Cordata per gestire la sede “storica” della scoutismo lombardo: lo stabile di via Burigozzo a Milano.

Quali sono stati i primi obbiettivi de La Cordata?

Da subito abbiamo iniziato ad occuparci dei giovani partendo dalla questione abitativa e offrendo servizi per l’educazione. Abbiamo scommesso sulla possibilità di far vivere insieme ragazzi che avevano alle spalle percorsi difficili con universitari fuori sede venuti a Milano da tutte le regioni d’Italia. Un laboratorio relazionale nel centro di Milano. La questione abitativa è fondamentale perché vivere in un luogo e la qualità delle relazioni che si hanno con gli altri sono aspetti legati a doppio filo.

Come ha funzionato?


Mettere insieme ragazzi con esperienze così diverse ha avuto effetti positivi su tutti. I ragazzi fragili, alcuni dei quali avevano fatto l’esperienza del carcere o della tossicodipendenza, hanno avuto modo di uscire da un circolo vizioso relazionandosi per la prima volta con coetanei che avevano alle spalle un vissuto normale. I risultati positivi sono arrivati perché questi ragazzi hanno avuto modo di vedere con i loro occhi che un futuro diverso era possibile e a portata di mano. Dall’altra parte gli universitari fuori sede hanno potuto vivere esperienze importanti dove han potuto capire quanta soddisfazione possa dare coinvolgersi nell’aiutare gli altri. Sono oltre 600 i giovani che negli anni sono passati dalla nostra struttura e hanno tutti storie che varrebbe la pena raccontare. Una su tutte quella di  una ragazza che, uscita dal riformatorio per reati di microcriminalità, è andata a vivere insieme ad un ingegnere idraulico.

Dal vostro punto di vista di che cosa hanno bisogno i ragazzi?