Milano
venerdì 21 ottobre 2011
Inutile negarlo: il welfare così come l’abbiamo da sempre concepito non può più andare avanti. È troppo costoso e troppo generalista. Dunque? È ora di dare un’occhiata in giro, sostiene Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano. Che mette in parallelo l’esperienza lombarda e quel che accade in giro per il mondo. “Ciò che va emergendo come esperienze di welfare in Europa e negli Stati Uniti – dice – in primo luogo è che il welfare non è esclusivamente un discorso di ridistribuzione delle risorse a favore di chi è più sfortunato, ma una componente essenziale di qualunque sviluppo economico equilibrato”. Anche se che associare il sostantivo “sviluppo” all’aggettivo “equilibrato” di questi tempi sembri un ossimoro… E questa crisi lo dimostra più di ogni altro perché negli Stati Uniti i disoccupati di lunga durata hanno raggiunto un livello che è ai massimi storici dalla Grande depressione. Anche da noi non si scherza. Infatti. In Italia, in particolare, la disoccupazione giovanile è ormai a livelli insostenibili. Questo per dire che le garanzie sul futuro, che poi sono il significato vero del welfare, sono indispensabili per una società che genuinamente desideri crescere in modo sostenibile. Sempre che lo desideri. Dovrebbe, soprattutto come conseguenza della partecipazione e della diffusione della democrazia. Ma in Italia, a causa del violento squilibrio demografico, il più accentuato del mondo, paragonabile solo a quello del Giappone, è fondamentale che le risorse del welfare siano il più possibile finalizzate su obiettivi mirati, con strumenti di politica sociale ed economica orientati esattamente su quegli obiettivi. Per esempio? Le faccio il caso della Francia: i genitori che reiscrivono i figli alla scuola dell’obbligo, facendo loro proseguire il corso di studi, hanno diritto alla cosiddetta allocation de reentrèe scolaire (Ars), una sorta di premio di circa 300 euro. E non si tratta di una provvidenza corrisposta genericamente, come credito d’imposta o deduzione dal reddito, ma di soldi veri e propri. Come la dote scuola della Regione Lombardia.
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