Milano
venerdì 21 ottobre 2011
Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, è tranchant. Solo il mercato può realmente sanare le sacche di inefficienza, ed emarginare i politici che, per calcolo elettorale, tendono normalmente a moltiplicarle. E questo è vero per tutti i sistemi, anche quelli più virtuosi. Sì ai privati, no al pubblico: «L’unica chance per avere un welfare che non sprechi è avere un welfare non più statale». E i deboli? Anch’essi troverebbero più aiuto in una società più libera. Il welfare universalistico è morto. A livello sia di principio che di fattibilità, quali sono le strade che si aprono per il nostro paese, nel contesto più ampio nel quale viviamo? Mi sembra un’affermazione un po’ troppo netta. Il welfare universalistico e fornito in monopolio dallo Stato, modello one size fits all, si è dimostrato inefficiente e probabilmente è incompatibile con il contesto di “crisi fiscale permanente” nel quale siamo e sempre più vivremo negli anni a venire. Detto questo, è difeso con grande passione e c’è addirittura chi - penso agli indignados visti sfilare a Roma - vuole paradossalmente più welfare, e quindi più spesa pubblica. Sarebbe opportuno, al contrario, riflettere su come sia possibile immaginare una transizione a un sistema che sia “bottom up”, cioè che faccia assegnamento in prima battuta su realtà di carattere privato e nate spontaneamente dalla e nella società, e quindi necessariamente focalizzato su bisogni ed esigenze realmente presenti. La sfida del nuovo welfare, in un tempo di vacche così magre, sembra essere quella di riuscire a “selezionare” i destinatari. Come intercettare il reale bisogno senza sprechi? La domanda dovrebbe essere: può un welfare pubblico essere “senza sprechi”? È altamente improbabile. Quello che il resto del mondo chiama “spreco”, il politico chiama “voti”. Gli sprechi nel sistema sono la conseguenza dell’esigenza di gruppi d’interessi, piccoli o grandi, che di quegli “sprechi” vivono. L’unica chance per avere un welfare che non sprechi è avere un welfare non più statale. Il welfare lombardo ha elaborato una sua strada peculiare, quella della pluralità dell’offerta pubblico/privato e della libertà di scelta. Lei che bilancio ne fa? Non credo vada esagerata la peculiarità del “modello lombardo”. Nella sanità, esso ha rappresentato forti elementi di novità, ma le forze della conservazione, a livello locale, coincidenti con l’attore pubblico, non mi paiono necessariamente meno resilienti che in altre regioni. Per dire: non è che in Lombardia non si finanzino a pie’ di lista gli ospedali pubblici. Però l’ispirazione originaria, improntata al principio di sussidiarietà e a logiche di concorrenza, del modello lombardo è preziosa. Ma purtroppo dalla fine degli anni novanta ad oggi si sono fatti pochi passi in avanti. Ci si è “seduti” sugli allori, forti dell’esistenza di “strutture d’eccellenza” (che ci sono), senza cercare altri spazi per evolvere ulteriormente il modello. Il fatto che leadership nazionale e leadership locale appartenessero allo stesso partito politico non ha giovato, rendendo difficile quella dialettica Regione-Stato centrale necessaria per patrocinare effettive riforme. Che ruolo deve avere la libertà di scelta in un sistema di welfare? Le pare che la Lombardia l’abbia sviluppata a sufficienza?
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