Milano
venerdì 21 ottobre 2011
Segni particolari: mentalità da “vecchio cooperatore”. Che poi è la chiave di lettura attraverso la quale Giulio Sapelli, docente di storia dell'economia presso l'Università Statale di Milano, interpreta la riforma del welfare lombardo. Il voto del professore sullo spostamento del baricentro dall’offerta di servizi alla domanda? “Buono”. Anche se, per ora, solo “sulla carta”.
E nella realtà?
Si tratta di un vecchio tema, che è stato già affrontato in Australia, così come negli Stati Uniti. Il principio è più che buono, sulla carta è il modello migliore possibile.
Andiamo con ordine: cominciamo con i lati positivi.
Innanzitutto un welfare concepito come quello lombardo è un’ottima cosa perché comporta una pluralità di offerte, tra pubblico e privato, e poi perché offre all’utente la possibilità dell’utente di scegliere non solo di quali servizi usufruire, ma anche chi glieli deve erogare.
Si riferisce al meccanismo dei voucher, della dote, dei vari buoni da “spendere” presso enti, associazioni, ecc.?
Certamente. Anzi, sarebbe un modello da estendere anche all’istruzione.
Sta suggerendo una riforma scolastica?
Diciamo che ci vorrebbe. Consideriamo la scuola statale: non si può certo dire che sia riuscita a far superare le diversità. Così com’è stata concepita, non funziona certo da ascensore sociale, come dovrebbe essere. E per poter accedere alle scuole private c’è di fatto una selezione basata ancora sul censo. Pensi che libertà darebbe il poter scegliere la scuola attraverso il meccanismo dei voucher.
E che spinta formidabile sarebbe per le scuole questa nuova forma di concorrenza…
Anche. Ma c’è un ostacolo che ancora non è stato superato.
Quale?
Perché il meccanismo dei voucher, delle doti, dei buoni da spendere sia realmente efficace, si presuppone di avere dall’altra parte dei cittadini realmente informati. Ma c’è la volontà di informarsi?
Diciamo che magari è presto per giudicare…
Diciamo anche che qua in Italia, quando si resta disoccupati, nonostante tutta la buona volontà e la voglia di partecipare, non si pensa a fondare una cooperativa con altri disoccupati, ma si aspetta l’intervento dello Stato, con sussidi di disoccupazione, cassa integrazione, e così via.
Cosa ci vorrebbe, allora?
Penso a una riforma morale, e anche culturale: vorrei che i cittadini fossero più pronti ad accogliere la novità rappresentata dai voucher, dalla possibilità di scelta che offrono. L’unica soluzione, almeno per il momento, è che l’informazione venga mediata dall’associazionismo.
E infatti la riforma del welfare lombardo punta molto, se non tutto, proprio sulle reti del terzo settore.
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