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PIAZZA FONTANA/ C'è un nuovo delirio ideologico che può (ri)lacerare il Paese

martedì 13 dicembre 2011

La strage della Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre del 1969 fu per l'Italia della Repubblica una “perdita dell'innocenza”. Il Paese aveva concluso il suo miracolo economico e la sua completa ricostruzione postbellica da pochi anni. C'erano già state avvisaglie tragiche, come in occasione dei morti del luglio 1960. Si vedevano i segnali di una società che, dopo la coesione e la compattezza dell'immediato dopoguerra, si immergeva e si divideva ideologicamente nella “guerra fredda”. Si poteva quasi sentire l'allarme di una scomposizione sociale, fin nel 1963-1964, con scioperi duri e contrasi pesanti tra le parti sociali. Poi arrivò il “buco nero” del 1968, importato dai campus universitari americani per la guerra del Vietnam, passato per le strade di Berlino e di Parigi.

Ma la strage del 12 dicembre fu un'altra cosa. Fu il passaggio nel tunnel della paura, della violenza programmata, non più episodica. Diventò una data tragica non solo per quei poveri morti annientati da una bomba all'interno di una banca, ma per un Paese che si incamminava verso un ventennio dove stragismo e terrorismo scandirono la storia degli italiani e portarono, probabilmente fino ai nostri giorni, divisioni profonde e insanabili.

Il fatto ancora più inquietante, se è possibile, fu che quella strage sparse veleni di ogni tipo, con programmi ideologici di fanatismo irresponsabile. Da lì, da quel tragico giorno, alcuni scelsero la “lotta armata”; da quel giorno le visioni di complotti, delle mani sporche servizi segreti, italiani ed esteri; da quella tragica giornata nacquero teorie sull'antistato, sul controstato. Tutti teorizzavano una sorta di apocalisse su supposizioni e basandosi sul famoso “cui prodest”. Il disastro che nacque da quell'atmosfera è presente ancora ai giorni nostri: nessuna verità giudiziaria è ancora emersa nitidamente da quella infame strage. In una sequenza quasi delirante si imboccò prima la “pista anarchica” (con conseguenze tragiche per Giuseppe Pinelli e qualche anno dopo per il commissario Luigi Calabresi), poi la “pista nazifascista della cellula veneta” di Freda e Ventura, poi quella dei servizi segreti italiani, poi della Cia, con qualche retropensiero al Kgb.




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