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MAFIA A MILANO/ Pecorella: poca prevenzione, ma i cittadini non sono omertosi

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Il ministro dell'Interno Cancellieri (Foto Imagoeconomica)  Il ministro dell'Interno Cancellieri (Foto Imagoeconomica)

Milano. «Credo che quello che ha affermato il ministro Cancellieri sia esatto, perché certamente a Milano da sempre non c’è cultura omertosa, eccetto ovviamente in certe sacche di settori dove ci possono essere per esempio imprenditori che non denunciano rapporti con associazioni di stampo mafioso. La città di certo non è omertosa, ma con questo non voglio di certo dire che ci sono altre città che in quanto tali sono omertose, perché si tratta sempre di piccoli gruppi che possono avere questa tendenza, ma non mi sentirei di dire che Catania o Palermo sono omertose, perché sarebbe una forma di discriminazione ingiustificata». L’avvocato Gaetano Pecorella, contattato da IlSussidiario.net, commenta le parole del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, secondo cui a Milano non ci sarebbe una cultura omertosa, anche se la criminalità avrebbe interesse a reinvestire quanto guadagnato illecitamente.

Cosa si intende oggi per cultura mafiosa e quali differenza vede tra le varie organizzazioni a stampo mafioso?

Certamente c’è una differenza importante tra le varie associazioni a stampo mafioso, perché per esempio la camorra in Campania controlla dei territori ma non grandi fasce di economia, mentre in Sicilia la mafia è presente maggiormente nella organizzazione economica. La ‘ndrangheta in Calabria sino a qualche tempo fa aveva caratteri di maggiore violenza, ma al Nord, nonostante svolga comunque attività commerciale, non usa metodi particolarmente violenti.

Come giudica in questo momento lo stato di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni locali e nazionali?

E’ molto difficile parlare di infiltrazione mafiosa a carattere nazionale, perché non ci sono processi dai quali si possa ricavare che nei settori fondamentali dello Stato, come esercito, magistratura e la stessa politica vi siano situazioni mafiose. Può accadere che ci sia qualcuno che secondo i magistrati è stato supportato da gruppi mafiosi, o che ha avuto qualche tipo di rapporto, ma di certo non c’è un’infiltrazione mafiosa a livello nazionale. Mentre a livello locale ci sono numerosi processi che toccano la politica, e a Milano in un caso recente è stata toccata anche la stessa magistratura, quindi direi che è quasi inevitabile che localmente dove c’è la mafia ci siano anche dei rapporti con le istituzioni.

Quali “anticorpi” a livello culturale si possono sviluppare per contrastare le mafie?

I maggiori antidoti sono essenzialmente due: uno è lo sviluppo della cultura nei giovani, anche in un rapporto con la politica e l’impegno politico, mentre l’altro è l’organizzazione del lavoro, perché una delle grandi forze della mafia è proprio quello di dare lavoro, quindi uno dei motivi per cui le associazioni mafiose al Nord non ci sono o sono molto limitate è che ci sono fabbriche e centri che garantiscono occupazione.

Cosa pensa invece dell'inaugurazione a Milano della sede locale dell'agenzia per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata?

Bisognerà vedere come verrà sviluppato, perché sono dell’idea che l’accentramento delle attività e delle funzioni talvolta crea dei grossi carrozzoni, quindi staremo a vedere se effettivamente questo nuovo centro sarà capace di amministrare a dovere i beni confiscati. Il grande problema è che accade sempre più di frequente che molti beni vengano distrutti nell’attesa che si decida cosa farne, e quando poi si affidano allo Stato spesso non valgono più nulla, come per esempio attività commerciali che falliscono.

Secondo lei è vero che la criminalità organizzata ha interesse a reinvestire sul territorio milanese?



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