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ELEZIONI/ 1. La "città dei diritti" della sinistra? Un "attacco" alla Costituzione

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Giuliano Pisapia (Ansa)  Giuliano Pisapia (Ansa)

Ragionare sui programmi dei candidati a sindaco è d’obbligo quando si va a un ballottaggio, specie con toni tanto accesi come adesso: al di là del giudizio sulle strategie comunicative scelte o dell’immagine più o meno accattivante dei candidati in lizza, è sulle proposte per il governo della città che ci si deve misurare, perché non sia il clima generale a determinare la propria scelta di voto ma la consapevolezza della posta in gioco.

È importante, quindi, notare nel programma di Giuliano Pisapia un capitolo ben distinto dagli altri, il n. 6, significativamente titolato “La città dei diritti”: un’espressione che è una bandiera, propria di un orientamento culturale preciso, quello della cultura radicale di sinistra a cui Pisapia appartiene. Secondo questa concezione il diritto principe è quello all’autodeterminazione di ogni singolo essere umano, per cui si è via via affermato il diritto ad abortire e insieme il diritto ad avere un figlio a tutti i costi, soprattutto sano, e poi il diritto a chiamare famiglia i legami affettivi al di fuori del matrimonio, pure omosessuali, e ancora il diritto a morire, e via dicendo.

Chi difende questo diritto in nome della libertà dovrebbe riflettere sulla differenza esistente fra una autodeterminazione individualista e una libertà vera per cui l’uomo, essere per struttura relazionale, può concepire i suoi diritti solo in rapporto con la comunità cui appartiene. Sarebbe troppo ragionevole e “legale” ricordare che forse questi temi non hanno a che fare con l’amministrazione di una città e non dovrebbero essere competenze prima di una sindaco, essendo argomenti che devono essere regolati da una intera comunità nazionale data la loro importanza. È proprio Giuliano Pisapia a spiegare che quello dei diritti è “un approccio di principio”, e che lui intende intervenire pesantemente su questi temi se eletto, sui binari di “eguaglianza e laicità”.



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COMMENTI
24/05/2011 - E i cattolici? (Giovanni Boccardi)

Grazie. Su questi punti molti cattolici dicono "non riguardano noi, ma gli altri, a cui non possiamo imporre la nostra morale". Quando ero al liceo sbancava il libro "I persuasori occulti" di V. Packard. Racconta come far acquistare un detersivo diventi spesso un'operazione di manipolazione della nostra volontà. Qualche sera fa dicevo a mia figlia: guarda che televisione, cinema, politici e uomini di "cultura" urlanti che vogliono equiparare al matrimonio ciò che matrimonio non è, far credere che il sesso a tredici anni sia la cosa più normale del mondo, che il problema dei genitori sia il diritto a sceglierli, che il problema dei figli sia di non dover ascoltare i genitori, non recitano altro che tanti spot di una spaventosa campagna pubblicitaria per rendere tutto relativo, e quindi le persone senza più criteri ed assolutamente soggiogabili. Ma questo riguarda solo gli "altri"? Chiedetelo a genitori, assistenti di oratorio, insegnanti! Inoltre, che cosa discrimina? Affermare il bene di tutti o affermare che il bene riguarda solo i cattolici? Solo per i cattolici la prospettiva di un amore senza limiti corrisponde al desiderio del cuore di due innamorati? Solo per i figli dei cattolici l'amore e la stabilità dell'affetto dei genitori sono un dono per una crescita libera e responsabile? Solo i figli dei cattolici devono essere protetti dalla cannabis, che ha ucciso o distrutto migliaia di giovani anche grazie a tanti spot pseudolibertari (C. Risé, Cannabis, S. Paolo, 2007)?

 
23/05/2011 - Una chiosa (Carla D'Agostino Ungaretti)

Sono perfettamente d'accordo con la Prof.ssa Morresi. I confronti cui stiamo assistendo ci dimostrano per l'ennesima volta l'impossibilità di trovare un accordo tra cattolici e laicisti. Questi ultimi esultano quando viene consumato un aborto, incoraggiano le separazioni tra coniugi al minimo accenno di disaccordo, trovano naturalissimo il matrimonio tra omosessuali, sono pronti a praticare l'eutanasia a un povero vecchio che invoca la morte per la sofferenza e la solitudine, invece di cercare di alleviargliele. Che dire? Ai cattolici non rimane che stringersi intorno alla Parola di Cristo, pronti all'obiezione di coscienza, rimettendoci anche se necessario. Ma ne saranno capaci?