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DIBATTITO/ Doninelli: la lezione di Giò Ponti alla "movida" di Milano

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Il pirellone (Imagoeconomica)  Il pirellone (Imagoeconomica)

Mi è capitato, recentemente, e in più di un’occasione, di tornare a riflettere su cosa si debba intendere per “identità” di una regione, di un paese, di una città. Si tratta solo del complesso delle memorie, delle tradizioni orali e scritte, degli usi e dei costumi depositati nel tempo?

Io non credo. Piuttosto, sarebbe meglio chiamare con questo nome quella parte di tradizione che - in modo riconoscibile e documentabile - si dimostra in grado, oggi, di produrre luoghi, realtà sociali, eventi che si presentino in controtendenza rispetto al modello della Città Globale.

Per venire a noi, “identità” non è tutto ciò che la parola Milano evoca, ma soltanto ciò che opera oggi, in opposizione alla polverizzazione cui diamo il nome di post-modernità.

Ecco un esempio. In un momento difficile come questo, dove i segni di un impoverimento generale si vanno moltiplicando, e dove la progressiva erosione della classe media rende difficile individuare un pensiero comune, a una comune velocità di marcia per la città, appare quantomai necessario che la città valorizzi i propri luoghi-simbolo, mettendoli nuovamente nelle condizioni di parlare alla comunità cittadina comunicandole il proprio valore e la propria attualità.

Elenco alcuni di questi luoghi: il Duomo, il Castello, Palazzo Reale, l’Arengario, Piazza dei Mercanti, le Colonne di S. Lorenzo, i Giardini di P.ta Venezia, la Stazione Centrale, il Pirellone, Brera, il Politecnico. E così via. Questi luoghi possono aumentare di numero, le new entries sono tutt’altro che impossibili: a patto però che l’impianto simbolico già esistente venga salvaguardato, riletto, reinterpretato, reso funzionale a esigenze sempre nuove.

Su alcuni di questi luoghi la città sta cominciando a muoversi, come nel caso di Brera - dove finalmente s’intravede un progetto - o dell’Arengario, con l’ipotesi di un raddoppiamento del Museo del Novecento.



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