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SFIDE/ Perchè Pisapia non vuole favorire l'occupazione giovanile?

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Giuliano Pisapia (Foto: Infophoto)  Giuliano Pisapia (Foto: Infophoto)

Ha un bel dire il Sindaco di Milano che «ormai di lavoro si parla solo in termini parlamentari, una discussione importante che però non è sufficiente per possibilità concrete per rilanciare l'occupazione. Si può ripartire dal dialogo, dal confronto, anche dallo scontro, ma soprattutto dalle amministrazioni locali». La pensava così anche il sottoscritto quando, insieme al collega Pietro Tatarella, ha presentato un emendamento all’Imu per facilitare l’occupazione giovanile. La proposta era molto semplice: aliquota minima del 4,6‰ per negozi, botteghe, laboratori artigianali, imprese, uffici e studi professionali qualora il titolare dell’attività (proprietario dell’immobile o in locazione) avesse assunto un giovane con contratto d’apprendistato, nelle tre forme previste dal Testo Unico varato dal governo Berlusconi (per la qualifica o diploma professionale, per il contratto di mestiere, di alta formazione e di ricerca). Si proponeva, insomma, una sorta di “patto” tra amministrazione comunale e produttori. Il principio non era quello di una diminuzione indiscriminata della pressione fiscale, ma di una corresponsabilizzazione per cui si sarebbe usata la leva fiscale in senso premiale nei confronti di chi crea nuovi posti di lavoro. E non si ragionava solo in termini di quantità, bensì di qualità. Il contratto d’apprendistato riformato da Sacconi, infatti, unisce le tutele alla possibilità di formarsi in azienda. In pratica al giovane assunto è consentito di acquisire competenze specifiche, conseguendo anche titoli di studi dal diploma fino al dottorato di ricerca, e nel frattempo di iniziare a maturare una pensione, oltre alla possibilità riconosciutagli alla fine del contratto di tramutare il rapporto di lavoro in uno subordinato a tempo indeterminato.

Il Decreto Salva Italia lascia ai Comuni pochi spiragli per iniziative come quella proposta, ma non le esclude. Sarebbe rimasto il problema sollevato dalla maggioranza, ovvero che lo 0,38 dell’aliquota sulle seconde proprietà è comunque dovuto allo Stato. E quella quota va ad aggiungersi ai pesanti tagli ai trasferimenti che gli enti locali già subiscono. Tuttavia tra le aperture della legge la volontà politica di Sindaco e Giunta avrebbe potuto sfruttare il suggerimento a valorizzare il patrimonio di beni mobili e immobili disponibili, che a detta della ragioneria ammonterebbe a 1,8 mld. La procedura prevista dall’art.27 del decreto 240 del 2011 consente all’«organo di Governo» di deliberare un elenco di beni «non strumentali all'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione» poiché, tra l'altro, al momento costituiscono un grave costo per il Comune stesso, in quanto non esenti dal pagamento dell'Imu (v. Art.9 comma 8 D. Lgs. 23/2011). Insomma, Milano avrebbe potuto osare. Proprio in un momento di crisi. Proprio in un momento in cui lo Stato chiede ai comuni di fare da gabellieri a suo nome. 



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