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UNIONI GAY/ Magatti: la "famiglia" di Pisapia impari da Gaber

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Giuliano Pisapia, sindaco di Milano (InfoPhoto)  Giuliano Pisapia, sindaco di Milano (InfoPhoto)

Il principio è quello della differenza individualistica: siamo singoli individui e ciascuno, autonomamente, decide per se stesso ciò che ritiene giusto, dato che non si riconosce alcun tipo di autorità esterna che possa in qualche modo vincolare la volontà individuale. 

Un principio che ha due corollari: il primo è che esistono tutte le differenze che esistono; il secondo  è che tutte le differenze sono, e debbono essere, uguali. Come si dice, senza alcuna discriminazione, ovvero equivalenti.

Questo modo di pensare ha guadagnato molti consensi in questi anni. A destra come a sinistra. Anche perché costituisce il trait d’union tra la visione libertaria della libertà - basata sul principio antiautoritario - e  quella liberale - che si richiama, invece, alla insindacabilità della scelta individuale. Non a caso, su molti temi si osserva una sorprendente trasversalità in tutto l’arco politico.

Applicato alla famiglia, il ragionamento è semplice. Dato che l’evidenza empirica dimostra che esistono tendenze sessuali diverse, allora si deve trarre la conclusione legislativa: per non essere discriminatoria, la legge non può che prendere atto della realtà, equiparando le diverse forme di unione.

Dal punto di vista strettamente logico, appare curioso che chi rivendica una differenza ambisca poi all’omologazione al modello tradizionale. Perché di questo si parla: uguali diritti per matrimoni etero- e omosessuali. Così che, chi chiede il “matrimonio gay”, nel momento in cui vuole affermare una differenza, al tempo stesso la nega: noi diversi, come tutti gli altri!

E invece, credo che, proprio per il rispetto delle differenze, sia giusto chiedere che si continui a riconoscere nello spazio pubblico - perché di questo stiamo parlando - la specificità del matrimonio eterosessuale come unica forma sociale che è in grado di svolgere contemporaneamente una duplice funzione: quella di costruire un sistema complesso, flessibile ma solido, di legami intergenerazionali e quella di stabilire una forma affettivo-sessuale equilibrata, paritaria e stabile. Non per dire che non possono esistere altre forme che regolano questi aspetti, ma per cogliere e affermare la primazia, l’insostituibilità e la non equivalenza di quella straordinaria forma che è la famiglia cosiddetta naturale, basata sulla dualità maschio-femmina e sul paradigma della relazione tra alterità, dell’unione nella differenza.

La smemoratezza dell’Occidente su questo punto è impressionante. Quasi che non riuscisse più a vedere che proprio questa forma sociale originaria ha storicamente costituito una delle architravi su cui la sua stessa storia si è costruita. Perché quella duplicità verticale (intergenerazionale) e orizzontale (stabilità affettivo-sessuale) che definisce l’unicum della famiglia ha permesso di definire una rete di obblighi, riconoscimenti e legami su cui poi si sono sviluppate le forme economiche e politiche occidentali, che non a caso si fondano sulla dignità e il valore della persona che proprio nella famiglia trovano la loro prima elaborazione.



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