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Milano

CRISTIANI PERSEGUITATI/ Padre Ibrahim (Aleppo): ci mandano la morte, noi ricambiamo con la vita

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Durante la serata si snoda il racconto delle condizioni della città dopo quattro anni di guerra e di tutto quello che i francescani stanno facendo per la popolazione. Gli acquedotti sono stati deviati e la gente è senz’acqua. La luce non c’è più e sono pochi quelli che riescono a comprare, a caro prezzo, i pochi ampère prodotti dai generatori, sufficienti a malapena per accendere un paio di lampadine per poche ore.

C’è carenza di medici ed infermieri, non ci sono farmaci per curare gli ammalati. Due terzi della popolazione sono fuggiti, trovandosi all’improvviso con la casa distrutta dalle bombe, i familiari sepolti sotto le macerie e senza lavoro. Ma un terzo è rimasto ancora lì, ancorato a ciò che resta, in un’esistenza vissuta in condizioni disperate. Lo spettro della depressione si abbatte sui pochi sani e sopravvissuti, che non sanno come far fronte alla guerra, che continua ad infuriare senza tregua.

La carità s’ingegna e padre Ibrahim e i suoi, aiutati da tanti volontari, cercano di far fronte ad ogni necessità. Si compra l’energia elettrica per far funzionare il pozzo del convento e si distribuisce tutta l’acqua che c’è. La gente si mette in fila per ore, ma ci sono anche autisti con i loro camioncini che la portano agli anziani che non sono in grado di muoversi. 

Si costruiscono anche serbatoi per raccoglierla nelle case, si preparano i pacchi alimentari, si compra l’energia elettrica per le famiglie, si distribuisce tutto quello che si ha. Una squadra d’ingegneri e muratori si reca nelle case distrutte dai missili e, lentamente, le ricostruisce, sino a renderle persino migliori di prima, perché la carità non guarda solo al necessario, ma vuole donare anche la bellezza.L’oratorio estivo viene fatto funzionare oltre tre mesi, persino una vecchia piscina è rimessa in uso per dare un po’ di sollievo alle famiglie coi loro bambini. Si aiutano quelli che hanno bisogno, si cerca la gente per le strade subito dopo un bombardamento; si dà una mano a tutti quanti, cristiani e musulmani.

Per tutto il tempo, padre Ibrahim non ha parole contro alcuno, né contro il famigerato califfato, né contro le potenze straniere o i singoli individui. Dal suo racconto non emerge mai un’accusa, non un segno di tristezza o di sconforto. Quella che affiora, prepotentemente, è la gioia della carità, quella di chi dona tutto, senza riserve, e fa esperienza della provvidenza, che restituisce cento volte tanto. 

Una carità che è atteggiamento di fondo della vita, coraggiosa, generosa, creativa di fronte ad ogni singola situazione, e che racconta di un Dio che continua a camminare in mezzo alla strada insieme a noi. Padre Ibrahim narra anche della straordinarietà di un popolo che non perde la speranza, prega col volto deturpato dalle esplosioni, affolla sempre più la chiesa durante le funzioni; e di giovani che frequentano i corsi di preparazione al matrimonio, perché qui c’è ancora il desiderio di sposarsi e di mettere al mondo figli.