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FIAT/ I tre ostacoli per la "scommessa" di Marchionne sull'Italia

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Sergio Marchionne (Infophoto)  Sergio Marchionne (Infophoto)

E’ ormai noto che il gruppo vende il 60% dei veicoli sul mercato nordamericano con il marchio Chrysler e il resto su quello sudamericano. E’ grazie a performance di questo tipo che il gruppo può investire in Italia e auspicare una ripresa futura. In assenza di un accordo tra Fiat e Chrysler, quindi, la situazione della Fiat sarebbe ormai decisamente ingestibile, visti i numeri del mercato. Non dimentichiamo, infatti, che l’anno scorso le vendite Fiat in Italia sono state la metà di quelle brasiliane. E’ necessario poi sottolineare un’altra cosa.

Cosa?

Che i recenti tagli avvenuti presso uno degli stabilimenti più importanti per la Fiat, quello di Tychy, in Polonia, dove è stato già annunciato un esubero di 1500 dipendenti, potevano essere realisticamente essere operati anche in Italia. Invece, in questo frangente, si è scelto di non toccare gli impianti italiani, dove invece si continua con la cassa integrazione fin quando sarà possibile.

Marchionne ha poi aggiunto che il gruppo Fiat è l’unico “in Europa a non chiudere le fabbriche”.

In effetti, fino a oggi è vero: dai tagli annunciati da Renault fino allo stabilimento Peugeot che a breve dovrà chiudere, tutti gli altri produttori stanno rivedendo i propri piani anche per diminuire l’eccesso di capacità produttiva. La Fiat, invece, ha chiuso finora soltanto lo stabilimento di Termini Imerese, ma sta rilanciando gli altri con questa importante scommessa.

 

(Claudio Perlini)



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