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IL CASO/ Il segreto spagnolo può rimettere "in marcia" l’Italia?

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Il segreto? Come ha notato Federico Fubini su Il Corriere della Sera, “le vendite auto in Spagna quest’anno sono crollate del 13%, eppure la produzione per l’export è salita dell’11%, perché i lavoratori hanno accettato contratti alla tedesca con più flessibilità, più competitività e posti di lavoro”.

Già, quel che accomuna l’industria dell’auto britannica, quella tedesca e la Spagna è la capacità di offrire alle imprese la necessaria flessibilità produttiva. Certo, i modelli sono diversi: in Germania, la crescita della produttività si è accompagnata a una revisione puntuale e rigorosa del sistema di produzione; in Inghilterra le Unions hanno accettato flessibilità di salario e diversi modelli contrattuali pur di garantire maggior occupazione; in Spagna, ove non esiste un contratto nazionale di categoria, i due maggiori sindacati hanno accettato di contrattare, fabbrica per fabbrica, le richieste aziendali con la pregiudiziale del mantenimento del posto di lavoro a tempo indeterminato (l’85% delle tute blu ha un posto di lavoro senza scadenza).  L’unico denominatore comune, che accomuna i vari paesi citati, è la garanzia concreta offerta agli imprenditori, poco importa se nazionali (in Germania) o in arrivo da fuori (Regno Unito e Spagna non hanno leader locali), del rispetto della maggior flessibilità e della missione comune.

Ricette alternative, a giudicare dalle esperienze europee, non esistono. Prendiamo il caso della Francia. Parigi ha cercato più volte, ultimo caso il piano de Montenbourg, di sviluppare nuovi paradigmi di sviluppo e di ricerca. Già sotto Sarkozy Renault e Peugeot hanno avuto in prestito i quattrini per realizzare i nuovi modelli invocati, per Fiat, da Maurizio Landini e Susanna Camusso che accusano Sergio Marchionne di non aver investito a sufficienza. Intanto, in cambio dei sostegni al braccio finanziario di Psa, Parigi ha chiesto e ottenuto l’ingresso nel cda di rappresentanti del governo e del sindacato. Renault, da anni, assorbe quattrini per la ricerca e lo sviluppo dell’auto elettrica e degli ibridi. Il tutto, naturalmente, all’insegna degli imperativi della politica economica.

Il risultato? L’auto elettrica Renault rappresenta più o meno l’1% del mercato. La produzione francese 2012 è di 1,9 milioni di pezzi, circa la metà del 2003. Sia Psa che Renault confidano negli investimenti in Spagna per recuperare quote di produttività. Certo, anche in Spagna giocano un ruolo gli incentivi: 121 milioni in tutto, all’apparenza non molti, ma un vero e proprio tesoro per un Paese allo stremo che così dimostra di voler difendere a denti stretti la sua industria a quatto ruote.



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