BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPILLO/ Così l'Italia ha "perso" (anche) l'industria dell'auto

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto
<< Prima pagina

La terza motivazione è trovare una politica economica adatta. Nessuno ha mai avviato una produzione di auto in un sito che non abbia avuto un supporto pubblico non solo e non soltanto di natura puramente venale. La politica economica deve comprendere quell’insieme di misure che aiutano l’imprenditore a realizzare il proprio business. E conta molto di più l’assenza di problemi burocratici che la flessibilità esasperata del lavoro, l’efficienza delle infrastrutture di logistica piuttosto che i bassi stipendi, una politica fiscale intelligente più che le risorse a fondo perduto. In questo campo vantiamo primati mondiali negativi e non possiamo negarlo. Che bastano a spiegare la nostra lenta e inesorabile discesa nella classifica dell’Oica.

Se qualcuno vuole dare la colpa solo a Fiat dovrebbe per lo meno spiegare come mai nessun altro costruttore di automobili straniero ha mai voluto mettere piede in Italia. La giapponese Toyota ha scelto la Francia, nonostante ci fossero due costruttori nazionali e regole sul lavoro rigide almeno quanto quelle italiane. La sede europea e il centro ricerca della coreana Hyundai, come quelli di Ford, stanno in Germania, dove gli stipendi sono notoriamente superiori ai nostri. Nissan, invece, produce con straordinari risultati in Inghilterra, dove non si può dire che il costo del lavoro sia a buon mercato, la cinese Great Wall ha aperto di recente uno stabilimento in Bulgaria. Chissà perché, invece, in Italia non c’è voluto venire nessuno. 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.