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FERRARI/ Così il Cavallino ha "diviso" Marchionne e Montezemolo

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Luca Cordero di Montezemolo (Infophoto)  Luca Cordero di Montezemolo (Infophoto)

Le parole di Sergio Marchionne sulla Ferrari e sulla guida di Luca Cordero di Montezemolo interrompono una tregua che dura da oltre dieci anni.

I due sono troppo diversi (e forse in alcuni tratti caratteriali troppo uguali) per piacersi anche un po' e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando Montezemolo era il presidente del Gruppo Fiat e rappresentava la famiglia Agnelli in azienda, l'amministratore delegato Marchionne lo sopportava a malapena tanto da, lavorando con pazienza e metodo, limitarne i poteri. Passo dopo passo e potendo contare su una capacità di lavoro difficile da eguagliare, Marchionne ha messo all'angolo il rivale offrendogli in cambio la vetrina internazionale di cui Montezemolo aveva bisogno. 

Il patto non scritto era chiaro: Montezemolo non si sarebbe occupato di Fiat, ma sarebbe potuto stare in prima fila nelle occasioni pubbliche che contano (come le presentazioni dei nuovi modelli al presidente della Repubblica), sedersi per conto di Fiat sulle poltrone dei consigli d'amministrazione e guadagnare molti, molti soldi. Nello stesso anno in cui venne nominato presidente di Fiat, Montezemolo, che era già presidente e amministratore delegato di Ferrari, divenne anche presidente di quella Confindustria che alcuni anni dopo Marchionne avrebbe abbandonato tra le polemiche. In quel periodo iniziò anche l'avventura di Charme, il fondo di investimento di Montezemolo e di Diego Della Valle che acquisì prima Poltrona Frau, poi Cassina e Ballantyne. Era presidente dell'Università Luiss di Roma e del Bologna Calcio, e qualche anno dopo presidente della nuova azienda di trasporti ferroviari Ntv che voleva fare concorrenza alle Fs. 

Tra il 2004 e il 2010 Montezemolo ha avuto così tanti, prestigiosi e lautamente pagati incarichi da far dubitare che si potesse occupare di Fiat anche solo per un attimo. E infatti non lo ha potuto fare. Marchionne ha preso possesso del Gruppo automobilistico, ne ha dettato le strategie, l'ha strappata dal fallimento e l'ha lanciata verso l'internazionalizzazione. I successi dell'amministratore delegato italo-canadese non sono mai piaciuti a Montezemolo e la fama, anche all'estero, non gli era certo gradita. Nei saloni dell'auto più importanti i giornalisti sapevano che la presenza di Marchionne nello stand di Fiat escludeva quella di Montezemolo nello stand Ferrari e viceversa. 

L'arrivo di Yaki Elkann alla presidenza del gruppo ha segnato il punto di svolta, il segnale che la contesa aveva un vincitore ed era Marchionne. Nessuno, a dire il vero, ne aveva mai dubitato. Anzi i più prevedevano una vita brevissima di Montezemolo in Ferrari. Invece sono dovuti passare quattro anni prima che si arrivasse alla redde rationem. I motivi di questo ritardo sono almeno due: le mille cose più importanti di cui si è dovuto occupare Marchionne in questi anni e i conti di Ferrari, che sono migliorati ogni anno fino a diventare eccellenti nel 2013. 



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COMMENTI
09/09/2014 - commento (francesco taddei)

fino a non molto tempo fa la Ferrari e la Maserati erano proprietà della famiglia Agnelli, distaccate da Fiat. ora prima Maserati, poi Ferrari (che sarà quotata) dipendono sempre più dalle decisioni di Marchionne che avrà pure spostato le sedi a Londra ed Amsterdam, ma continua a comandare da oltreoceano. bisognerebbe chiedere al rampollo Elkan perché vuole distruggere ciò che l'avvocato teneva come un tesoro.