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CASO VOLKSWAGEN/ Il futuro di Wolfsburg (con lo "zampino" di Piech)

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Ferdinand Piech (Infophoto)  Ferdinand Piech (Infophoto)

Dal 25 aprile 2015, giorno in cui Piech ha lasciato dopo 13 anni la presidenza del Consiglio di sorveglianza del gruppo, le azioni Volkswagen sono passate da 230 euro a circa 115 euro, ma prima dello scoppio della crisi attuale viaggiavano attorno ai 160 euro. La famiglia Porsche, alla quale appartiene anche Piech, ma che ha votato a favore di Winterkorn, ha il 31,5% delle azioni ordinarie, dunque ha portato a casa una minusvalenza di decine di miliardi di euro e rischia di non vedere un dividendo per almeno un paio d’anni. Il Land tedesco della Bassa Sassonia, che ha il 12,4% delle azioni ordinarie e il 20% dei diritti di voto, ha perso almeno il doppio dell’equivalente di una manovra finanziaria italiana e non potrà più usare le ricche cedole Volkswagen per i propri servizi pubblici. Mentre gli arabi della Qatar Holding, che sono i terzi azionisti per importanza, devono forse ancora capire cosa è successo ai loro soldi e perché. Botte che abbatterebbero un toro e giustificano tutto. Persino, dopo essersi leccati le profonde ferite, un’inversione di rotta.

Il ritorno di Piech? Difficile soprattutto per una questione di età, dato che ha 78 anni. Ma sapete quale uomo aveva scelto “il vecchio” per sostituire Winterkorn cinque mesi fa? Proprio quel Matthias Müller, numero uno del marchio Porsche, uno dei 14 del gruppo, che un atterrito Consiglio di sorveglianza fatto da sindacalisti, politici e parenti serpenti di Piech, ha deciso venerdì di issare al comando del colosso acciaccato. Sarà una coincidenza? Non credo.



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